sabato 18 febbraio 2012

DOSTOEVSKIJ: IL SOGNO DI UN UOMO RIDICOLO (Estratto)

Ci credete che è per questo che ho gridato? Io ora ne sono quasi convinto. Mi appariva chiaro che la vita e il mondo, in una certa maniera, adesso dipendevano da me. Si poteva dire perfino così, che il mondo adesso era come se fosse stato fatto soltanto per me: bastava che mi sparassi e il mondo non sarebbe più esistito, per lo meno per me. Per non parlare poi del fatto che, forse, effettivamente per nessuno sarebbe più esistito nulla dopo di me, e tutto il mondo, non appena si fosse spenta la mia coscienza, sarebbe immediatamente svanito come uno spettro, come un esclusivo attributo della mia coscienza, e si sarebbe vanificato poiché, forse, tutto questo mondo e tutte queste persone non sono altro che me stesso.



Essi glorificavano la natura, la terra, il mare, i boschi. Amavano comporre canzoni gli uni sugli altri, lodandosi come bambini; erano canzoni di una estrema semplicità, ma esse sgorgavano dal cuore e toccavano il cuore. Né ciò accadeva solo nei loro canti: pareva che essi trascorressero la vita intera a compiacersi l'uno dell'altro. Era una sorta di innamoramento reciproco, totale e generale. Taluni loro canti, solenni ed entusiastici, quasi non li comprendevo affatto. [...] E quando essi mi guardavano col loro dolce sguardo pervaso d'amore, quando sentivo che stando insieme a loro anche il mio cuore diventava altrattanto innocente e sincero del loro, allora non rimpiangevo di non comprenderli. Una sensazione di pienezza di vita mi faceva mancare il respiro e in silenzio li veneravo.
***
Essi scoprirono il dolore e presero ad amarlo, erano assetati di sofferenza e dicevano che la verità si raggiunge soltanto attraverso la sofferenza. Allora tra loro apparve la scienza. Quando essi furono diventati cattivi cominciarono a parlare di fratellanza e di umanità e compresero queste idee. Quando furono diventati colpevoli inventarono la giustizia e si prescrissero interi codici per difenderla, e per far osservare i codici installarono la ghigliottina. Essi si ricordavano a malapena di ciò che avevano perduto e non volevano neppure credere che un tempo erano stati innocenti e felici. Essi ridevano perfino della possibilità di questa loro precedente felicità e la definivano un sogno.


Dicevo loro che ero io, io solo, il colpevole di tutto; che io avevo portato fra loro la corruzione, l'infezione e la menzogna! Li supplicavo di inchiodarmi alla croce e insegnavo loro come costruire la croce. [...] Ma essi si limitavano a ridere di me e alla fine presero a considerarmi un mentecatto. Essi mi giustificavano, dicevano che avevano ricevuto da me soltanto ciò che essi stessi desideravano e che tutto quello che avveniva ora non avrebbe potuto non avvenire. Infine mi notificarono che stavo diventando pericoloso per loro e che, se non avessi taciuto, mi avrebbero rinchiuso in manicomio.
***
Ed ecco che da allora io vado predicando. E inoltre amo coloro che ridono di me più di tutti gli altri. Perché sia così, non lo so e non sono in grado di spiegarlo, ma pazienza. Loro dicono che già mi smarrisco, e se già ora mi smarrisco, cosa accadrà in seguito? E' la pura verità, mi smarrisco e, forse, in seguito le cose andranno ancor peggio. [...] Questa è una vecchia verità, ma c'è però una novità: io non posso smarrirmi molto. Perché io ho visto la verità e ho visto e so che gli uomini possono essere belli e felici senza perdere la capacità di vivere sulla terra. Io non voglio e non posso credere che il male sia la condizione normale degli uomini. Eppure tutti loro non fanno che ridere di questa mia fede. Ma come faccio a non crederci: io ho visto la verità, non l'ho escogitata col mio cervello, ma l'ho vista, l'ho vista, e la sua immagine vivente ha colmato la mia vita in eterno. L'ho vista in una tale compiuta interezza che non posso credere che essa non possa esistere tra gli uomini. E così, come posso smarrirmi?

Fedor M. Dostoevskij, Racconti, Garzanti, 1988

Nessun commento:

Posta un commento