giovedì 7 marzo 2013

"SONO CRISTIANO, DUNQUE MATERIALISTA"


                        Il cristianesimo, bisogna farsene una ragione, ha a che fare con questo mondo. L’accusa alla Chiesa di occuparsi dei fatti del mondo è assurda, diceva il cardinale Newman, proprio perché la ragion d’essere della Chiesa è di «impicciarsi del mondo».




Non vorrei sorprendere Rina Gagliardi, che ieri da queste colonne criticava la Chiesa cattolica accusandola «di essere in preda a una sorta di “metafisica” di tipo materialistico», ma se uno mi accusa di essere cristiano non posso prendermela a male.

E mi spiego, anche se potrà sembrare un paradosso.

Non è la prima volta che si taccia la Chiesa di eccessivo “materialismo”, la si vorrebbe più “spirituale”. Ma l'alternativa è fasulla. Proprio perché crede nell’esistenza dello spirito, dell’anima, di qualcosa non afferrabile dai nostri sensi - di cui ritiene però ragionevole, anzi necessario, affermare l'esistenza per rendere conto in modo esauriente della realtà - proprio per questo il cristianesimo è sempre stato (e sempre sarà se vorrà conservare il suo nome) profondamente materialista. Noi cristiani conosciamo lo spirito in virtù del fatto che vediamo la materia, non siamo dualistici e meno che mai manichei. L’uno senza l’altra (spirito e materia) nella specie umana non sussistono. E non siamo neanche gnostici: il mondo, la materia, il corpo non sono frutto di una caduta. Anzi, il corpo è il “tempio dello spirito”, non ci viene naturale disprezzarlo. Siamo intrinsecamente portati a valorizzarlo. Senza idolatrarlo. Anche perché gli idoli “hanno occhi e non vedono; hanno orecchie e non sentono, hanno piedi e non camminano; hanno mani e non palpano”, sono cioè, a dispetto del loro aspetto, molto poco materialisti.

Dirò di più, la vera novità del cristianesimo non è lo spirito, ma la carne. Non è l’eternità, ma la storia, non la spiritualizzazione dell'uomo ma l'incarnazione, l’ingresso di Dio nel tempo e nello spazio con un corpo umano. Da qui deriva la valorizzazione del corpo, l’attenzione al corpo, la cura del corpo, anche di quello imperfetto, contro l’idealizzazione del corpo dalla forma perfetta che portava – essendo in ultima istanza un’idea spirituale – a scartare chi alla nascita presentava gravi malformazioni o a esiliare fuori dalle mura della città, e quindi del consesso civile, i lebbrosi. C'è una solennità nella Chiesa, l'assunzione di Maria in cielo (15 agosto), che significa esattamente questo.

È da questo amore per il corpo, che è sempre singolo, concreto, personale - san Francesco d’Assisi non ha amato l’umanità, ha amato le singole persone che incontrava - che sono nati gli ospedali e l’idea di cura anche per gli “incurabili”. Questa l’origine del nome di certi reparti ospedalieri, come si viene a sapere dalla storia di san Camillo de Lellis. Così è progredita la medicina. Vale la pena curare un corpo putrescente proprio perché la persona non è solo «tutto ciò che si configura come ammasso di cellule, di potenzialità biologiche future o passate, di materia organica» (Gagliardi), ma perché quell'“ammasso di cellule” è una persona.

Non voglio qui ripetere tutta la discussione sulla disponibilità della vita, sulla vita cosciente, sulla sua dignità… che si è sviluppata intorno alla persona di Eluana, ma solo tentare di spiegare il paradosso del “materialismo” della Chiesa, che va di pari passo con quello della sua “mondanità”.

Il cristianesimo, bisogna farsene una ragione, ha a che fare con questo mondo. L’accusa alla Chiesa di occuparsi dei fatti del mondo è assurda, diceva il cardinale Newman, proprio perché la ragion d’essere della Chiesa è di «impicciarsi del mondo». C’è un passo del Vangelo che parla del premio: «La vita eterna e il centuplo quaggiù», le due cose - come l’anima e il corpo - non sono separabili e non vedo quale persona psichicamente normale potrebbe trovare interessante una così esigente proposta di vita come il cristianesimo se della vita eterna (sulla quale possiamo solo fare congetture) non fosse dato qualche anticipo sotto forma di soddisfazione intellettuale e affettiva (cioè integralmente umana) già su questa terra, se cioè il cristianesimo non avesse qualcosa da dire sulla concretezza quotidiana dell’esistenza (il che non c'entra nulla col potere temporale della Chiesa che, per fortuna, è finito). Di spiritualismo e di superstizione è già abbastanza pieno il mondo moderno perché ci si aggiunga il nostro.

                             P.S. Due nota bene sugli esempi portati da Rina Gagliardi. Il primo su quando parla dell’aborto in termini di «alternativa tra la vita della madre e quella del nascituro (scelta drammatica che, almeno in occidente, per fortuna non si pone quasi più)». Cosa vuol dire che non è più una scelta? Che uno dei due soggetti in gioco non è passibile di preferenza? Secondo. «La Chiesa ammette il ricorso ai portati più sofisticati del progresso tecnico-scientifico, come nel caso di Eluana, li vieta quando si tratta di vincere la battaglia della sterilità». Ora, nel caso di Eluana, la sofistificazione tecnico-scientifica aveva l’aspetto di un sondino alimentatore. Quanto alla sterilità, chiamiamo le cose con il loro nome: le tecniche di fecondazione artificiale non sono una “cura” della sterilità, ma un’alternativa alla sterilità. Chi ricorra alla fecondazione eterologa non guarisce dall’infertilità, resta sterile, ma si è ugualmente procurato un figlio. Così come la selezione pre-impianto o l’aborto terapeutico non mettono in essere nessuna terapia; scelgono, cioè scartano: corpi e anime.

Ah, dimenticavo, la promessa finale è quella della resurrezione dei corpi.

Ubaldo Casotto, da Il Riformista, 2009

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