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giovedì 11 aprile 2013

Cristo è morto per Emma Bonino.


Se avessi una pur minima speranza di deviare il corso della storia ci proverei. Che so, andrei davanti al Quirinale, pronta anche a stendermi per terra sul manto stradale di via Nazionale, magari con le braccia tutte ricoperte di Bonnie Bracelets Club Monaco (mio ultimo oggetto dei desideri) in modo che mi si veda anche di notte se passa una macchina, sempre che abbia i fari accesi: rischiare la pelle sì, ma con stile. Farei qualsiasi cosa, se potessi, pur di sventare il pericolo che Emma Bonino diventi Presidente della Repubblica.
Se devo pensare a un’idea di male assoluto mi viene in mente chi uccide i bambini sotto il cuore della mamma. Ma non chi lo fa in un momento di disperazione, paura, vigliaccheria, povertà, incoscienza, solitudine, soffrendo di queste cose tutte insieme o di una sola. Quello non è il male assoluto, è solo una persona che sbaglia, e che può ritrovare il bandolo della matassa, che può addirittura, chiesto perdono, salire alle vette della santità . Però una donna che non solo aiuti materialmente le altre donne ad abortire, ma che difenda anche la loro possibilità di farlo, e che la chiami diritto, che spenda la sua intera vita per seminare morte e disperazione con l’arroganza di chi crede di avere ragione, beh, non mi viene in mente niente di più lontano dal bene.
Eppure Gesù Cristo è morto anche per Emma Bonino. Lui la ama. Lui ha dato la sua vita per lei, e fino a che avrà respiro la aspetterà a braccia aperte. Potrebbe anche succedere che la Bonino finisca per superarmi nel regno dei cieli, anzi, è del tutto probabile. Mi fa piuttosto fatica dirlo, ma è così. Io credevo di avere accumulato qualche piccolo vantaggio nella gara, ma magari in uno slancio, sostenuta dalla grazia, lei andrà a sedersi vicina vicina, e io avrò un posto in piccionaia, che poi sono pure miope, porca miseria.
Come si fa ad amare Emma Bonino (e Ignazio Marino, e Corrado Augias, e Odifreddi e Mancuso eccetera eccetera eccetera)? Quattro regole.
Uno:  non parlare mai male di loro. E qui sono già fuori con l’accuso. L’ho fatto, lo faccio sempre, anche pubblicamente. A volte anche da sola, se incontro una di quelle facce mentre leggo il giornale, di sera, quando i figli dormono (mi alleno per quando sarò vecchia, e borbotterò da sola litigando col telegiornale, non vedo l’ora). Argomentare sugli errori politici, sulle leggi, sulle azioni pubbliche, va bene se ci viene richiesto. Si deve denunciare la verità, ma mai parlare male delle persone, care a Cristo più della sua stessa vita.
Due: pregare per loro. Non se ne parla proprio. Prima ho il figlio della mia amica, in pancia, e quello ricoverato, e l’amica di E., e poi M. Le persone malate, i miei figli, mio marito, tutti gli amici fino al cinquantaseiesimo raggio di prossimità, e poi la fame nel mondo, le guerre e ogni fantasiosa attività del principe di questo mondo. Prima di dire una decina per Augias potrei arrivare a preoccuparmi della deforestazione, del dissesto idrogeologico, forse anche un po’ della piaga dei saponi che non rispettano il tuo ph.  Figuriamoci se ho tempo di pregare per quelli che sembrano stare dalla parte del male assoluto. Eppure credo che questa preghiera sciolga il cuore di Dio. E se poi l’oggetto del nostro amore faticoso è quello che mi ha sbarrato la strada al lavoro, quella mamma che mi umilia sempre ostentando i successi della sua prole ogm, quel familiare pesante, quel mio debitore disonesto, insomma persone con cui ho a che fare direttamente, allora si aggiungono altre due regolette.
Tre: mai fare qualcosa che possa danneggiarli, e qui la tentazione a volte è irresistibile.
Quattro: appena si presenta l’occasione, fare qualcosa di buono per lui/lei/loro. Capire a che punto sono del cammino e se per caso ci troviamo più avanti aiutarli a procedere di un passetto. Spiegare qualcosa, consigliare senza giudicare, accompagnare. Ciò significa che incontrando la Bonino per strada non solo non la si debba arrotare, cosa che verrebbe istintivo fare come primissimo atto, anche con una certa urgenza – cristianamente, si intende, sempre con misericordia. No. Anzi. Nel caso si dovrebbe anche offrire un passaggio, e non solo per un miglio ma per due. Qui siamo alla pura fantascienza, ma Gesù lo avrebbe fatto, e noi dobbiamo assomigliargli. Lo dobbiamo fare per far stare bene noi e gli altri. In questo momento di grida e parolacce e insulti e accuse pubbliche, come è riposante quando lo si incontra, in qualcuno che a forza di stare con lui ha finito per essere come lui…

venerdì 1 marzo 2013

Come fai tu a vincere la repulsione?

<<Come fai tu a vincere la repulsione?>>. 
Egli mi rispondeva: <<In sostanza non dimenticare mai che se anche la casa è sordida tu ti avvicini a Cristo. Ricordati bene quello che ha detto il Signore: il bene che si fa ai poveri è bene fatto a me stesso>>.



Nella mia limitata vita di ogni giorno, mai ebbi modo di ricevere un'impressione tanto profonda come quella che mi viene dalla forte personalità di questo giovane.
Penso che nell'ora presente è gran cosa un modello di virtù, quale Pier Giorgio ci offre di sé. Egli passa nel silenzio e nel segreto, senza plauso, e al povero dona un pane e il suo cuore, all'orfano la carezza affettuosa, al vecchio il suo sorriso luminoso, all'infermo il balsamo della sua assistenza amorosa. Vi è dell'eroismo nell'apostolato di lui: quasi esce dalla famiglia dove potrebbe trovare tutti gli agi, la soddisfazione di tutti i piaceri, ed è alla dura scuola del nostro mondo che si forgia un'anima forte, che ha costanza, energia, coraggio, sacrificio; tutto quello insomma che è bello, degno, glorioso.
Dimentica le possibilità brillanti che l'alto censo gli permetterebbe e non teme di portare il suo singolare, evangelico spirito di rinuncia, di distacco, di povertà in una vita che, come l'uomo l'ha fatta, rassomiglia molto più a un festino selvaggio dove commensali ineducati si tolgono a vicenda le vivande invece di offrirsele.
Davanti alla sua opera generosa, alla sua calda e purissima fede, alla sua modestia e giovialità inalterabili c'è da restar commossi. Ed io, stasera, a contatto del suo ardente e comunicativo zelo per le opere cristiane, ho provato un'intima commozione.
(Angiolo Gambaro, pedagogo, storico e presbitero di Torino)

Testo: PierGiorgio Frassati - I giorni della sua vita, Luciana Frassati, Edizioni Studium-Roma, 1975

sabato 1 dicembre 2012

Sua carità



Hanno ragione sul fatto della testimonianza, che molto tocca e ci contraddice. Però si aspettano siano i buoni a pregare, che solo i buoni possano inginocchiarsi: quelli con coscienza immacolata, quelli da rettitudine morale. Come Maria (però ne dimenticano il dolore). Perché inginocchiarsi, mettersi a pregare, non è un premio per la buona coscienza: la carità non è il regalo a punti del benzinaio. La cerchiamo sempre, più grande di noi. C'inginocchiamo perché non siamo santi, perché siamo indegni. Perché Lui è Santo, e Lui è degno: lo vediamo nel mattino, nelle colline; nel freddo improvviso alle mani a settembre, nella luna l'altroieri piena: dove tutto vive. Soprattutto, ne sentiamo la mancanza. Ne soffriamo il digiuno dopo giorni, la domenica mattina. Però Lui chiama in questa assenza: la nostra assenza, la nostra sufficienza. Nel nostro stare mezzi (mezzi pieni, mezzi veri) chiama ancora dentro il cuore, Lui soffia, comprende, dice: "Come hai fatto, vieni": noi, gli operai dell'ultim'ora, gli scandalizzanti che saremo sempre. Perché Lui è giusto, e Lui è buono: non è di questo che sono invidiosi? 

lunedì 19 novembre 2012

Professione solenne di Sorella Luisa

Di seguito si riporta l'omelia di Mons. Arcivescovo Antonio Lanfranchi (diocesi di Modena-Nonantola)pronunziata durante la professione solenne di Suor Luisa (Piccole Sorelle di Gesù Lavoratore) in Duomo a Modena.
Per gentile concessione di Mons. Arcivescovo e don Antenore (Policlinico): buona lettura!


Carissima sorella in Cristo, Luisa, carissime piccole sorelle di Gesù Lavoratore, carissimi tutti.

E' un evento di grazia quello che stiamo celebrando, un grande dono del Signore per sorella Luisa, per le piccole sorelle di Gesù Lavoratore, per la nostra Chiesa.
Oggi è l'anniversario della nascita al cielo di Don Galasso. E' il suo compleanno nella gloria del cielo. Ebbene, per usare le nostre categorie umane anche per parlare della vita del cielo, credo che la consacrazione di Luisa sia il regalo più bello che oggi Don Galasso riceve, ma pensa anche che suor Luisa sia il regalo più bello che Don Galasso, che l'ha guidata sui primi passi verso la consacrazione, fa a tutti noi.
Ringraziamo il Signore.
Vorrei lasciarmi guidare dalle letture bibliche che sono state proclamate per lasciarci stupire della grandezza e della bellezza del dono che il Signore ci fa.


"La attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore" (Os 2,16).

Al principio, al fondamento in particolare di una consacrazione, sta quel sentirsi parlare al cuore di Gesù Cristo. La traduzione esatta del testo sarebbe: "le parlerò sul cuore". Parlare sul cuore è la comunicazione propria dell'uomo con la sua donna, della madre con il suo bambino; è una comunicazione connotata da un massimo di fiducia, di confidenza, di abbandono, di comunione.
"Sul cuore": quando le parole risuonano, più che sulla bocca e nelle orecchie, in tutti i sensi, e, coinvolgendo la totalità dell'essere corporeo, vanno dritte a deporsi nel profondo dell'anima. Sentirsi parlare sul cuore da Gesù Cristo: è Lui la risposta a ciò che il cuore cerca, è Lui il compimento del desiderio del proprio cuore.
"Desiderio" è quel sentimento che porta a uscire da sé, a intraprendere quella peregrinazione verso un luogo, un "tu" in cui trovare risposta alla sete di felicità, di pienezza di vita.
"Desiderio" è l'amore in quanto sente in sé la mancanza dell'amato; è l'amore che anela ad avere ciò che gli manca, che si mette in cammino per compiersi in qualcuno.
Sentirsi parlare sul cuore da Gesù Cristo vuol dire trovare in Lui quel "tu" che colma il desiderio e cominciare a rispondergli con tutte le corde del proprio cuore, con tutte le forze della propria persona.
Sentirsi parlare sul cuore: un'esperienza che segna per sempre.
E' l'esperienza della bellezza che fa irruzione nella vita.
Credo che quando una persona è chiamata a portare la sua esperienza intorno alla vocazione di consacrazione, si trovi sempre un pò a disagio, perché sì: potrà ricordare luoghi precisi, momenti precisi, persone, legati ad una manifestazione più chiara del disegno di Dio, ma "l'essenziale è sempre invisibile agli occhi".
E' Gesù Cristo che si manifesta in tutta l'attrazione della sua bellezza, del suo splendore.
La bellezza non si spiega, della bellezza ci si innamora.
E' questo incontro con la bellezza di Gesù Cristo che è stato determinante ed è determinante per la vita di Sorella Luisa.
L'esortazione apostolica "Vita consacrata" di Giovanni Paolo II sceglie proprio la "via pulchritudinis", la via della bellezza, come "cifra", chiave interpretativa della vita di consacrazione. Essa, ricordando l'episodio della Trasfigurazione e le parole di Pietro "Signore, è bello per noi restare qui!" (Mt 17, 4), afferma: "Queste parole dicono la tensione cristocentrica di tutta la vita cristiana. Esse, tuttavia, esprimono con particolare eloquenza il carattere totalizzante che costituisce il dinamismo profondo della vocazione alla vita consacrata: come è bello restare con Te, dedicarci a Te, concentrare in modo esclusivo la nostra esistenza a Te".
Chi ha ricevuto la grazia di questa speciale comunione di amore con Cristo, si sente come rapito dal suo fulgore: Egli è il "più bello fra i figli dell'uomo" (Sal 45,3), l'incomparabile.
Sant'Agostino lo canta così:
"Bello è Dio, Verbo presso Dio [...]. E' bello in cielo, bello in terra; bello nel seno, bello nelle braccia dei genitori, bello nei miracoli, bello nei supplizi; bello nell'abbandonare la vita e bello nel riprenderla; bello nella Croce, bello nel sepolcro, bello nel cielo.
Ascoltate il cantico con intelligenza, e la debolezza della carne non distolga i vostri occhi dallo splendore della sua bellezza".


Carissimi, quando la bellezza di Gesù fa innamorare al punto da aprire nel cuore una ferita profonda allora troviamo vere le parole di S.Paolo, che abbiamo ascoltate e che suor Luisa sente sue: "Chi ci separerà dall'amore di Cristo?...Nulla potrà mai separarci dall'amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore". "Essere trovato in Lui": è il desiderio di chi ha incontrato realmente Cristo. "Essere trovato" in Lui in ogni sentimento, in ogni desiderio, in ogni azione.

Carissima sorella Luisa permettimi di dire che come donna consacrata avrai sempre il diritto e quindi il dovere di essere un "bel sacramento", cioè mistero di accoglienza che attraverso i segni rimanda a una pienezza più che umana, un rimando a Colui di cui sei divenuta sposa.
Possiamo applicare a te e alle tue consorelle la risposta data da Madre Teresa di Calcutta quando le chiesero: "Qual è l'ideale suo e delle suore?", Madre Teresa rispose: "Fare qualcosa di bello per Dio". E che cosa c'è di più bello per Dio dell'uomo e quindi di più importante che contribuire perché in ogni uomo sia riconosciuta e possa risplendere l'immagine di Dio impressa in lui?
Insieme alle tue consorelle hai già sperimentato la verità delle parole del Beato Giovanni Paolo II nell'enciclica "Mulieris dignitatem": "Nel piano della creazione e in quello della redenzione alla donna Dio ha affidato in modo speciale l'essere umano". La grazia della consacrazione ti sostenga e ti fortifichi in questa missione.
Il Vangelo delle Beatitudini è il progetto di vita indicato perché tutto questo possa realizzarsi.
Le Beatitudini sono la carta d'identità del cittadino del Regno di Dio, così come lo sogna Gesù Cristo, come Lui lo ha vissuto e come Lui vuole che noi lo incarniamo. Le Beatitudini sono lo specchio della sequela di Gesù, della qualità evangelica della vita. Esse ci dicono che la santità non è un fatto intimistico, quasi privato, avulso dalla concretezza della vita di ogni giorno, ma investe i pensieri, le azioni, le scelte, i progetti sia personali che comunitari.
Le beatitudini sono atteggiamenti che risanano l'umanità. Le beatitudini sono il manifesto della vita cristiana. Esse hanno come caratteristica quella di una verità e di una concretezza così radicali da diventare avvenimento storico. Non significano soltanto qualche cosa per chi ne fa esperienza, ma diventano avvenimento storico nel disegno della salvezza operata da Dio. Da una parte radicano nel rapporto con Dio, dall'altra con la realtà che Dio ci mette attorno come dimensione del suo progetto e quindi della nostra vocazione.
Non c'è spazio per poterle commentare.
Alcune parole però vorrei dirle sulla prima beatitudine, che in un certo senso le riassume tutte: "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli".
Il povero in spirito è chi ha l'anima del povero, cioè chi non possiede se stesso, come Gesù che era tutto orientato al Padre, a compiere la sua volontà.
Far parte dei poveri del Signore vuol dire mettere a fondamento della propria vita la coscienza che tutto quello che ho, che sono, lo ho e lo sono da Dio.
Il povero di Dio ha la coscienza che, proprio perché povero e servo, può attendersi e può sperare ogni cosa dal suo Signore. Il rapporto del povero con il suo Dio non è un rapporto freddo e distaccato, ma pieno di fiducia, nella consapevolezza che questo Signore è ricco e potente e afferma la sua signoria donando.
La forza, l'ardire, il coraggio di Dio, diventano la forza, l'ardire, il coraggio del povero.
La povertà è un aspetto dell'agape, dell'amore. Più si ama, più si diventa poveri. Più si ama, più si condivide quello che si è e quello che si ha. Più si ama, più si riceve ogni persona e cosa come dono da donare.


Il povero del Signore sa vivere la compassione come accoglienza del dolore, sa cioè lasciarsi interrogare dalla sofferenza, perché, solo dopo essere stati toccati dal dolore, è possibile prendersi cura dell'altro e farsi prossimo. Il povero del Signore, quando è toccato dalla sofferenza, quando si fa incontro a persone provate, pur nella consapevolezza che il dolore è il luogo della solidarietà tra Dio e l'uomo, ha la capacità di vivere nel rispettoso silenzio di chi sa che la comprensione della sofferenza non è data a tutti e che non a tutti è concessa la grazia di uscire purificati da questa esperienza. Il dolore è come un crogiolo: può rendere la purezza del metallo ma può anche ridurre a scoria.



Il povero del Signore avverte la tenerezza di Dio per lui. Un Dio che si fa bambino è "folle" d'amore quanto un Dio crocifisso!

Il povero, avvolto da questa tenerezza, sente la gioia di essere del Signore, capisce il significato profondo della sua vita, vive il gaudio interiore. Il povero scopre la più profonda identità dell'uomo. Egli è soggetto e oggetto di misericordia. Egli esiste come "donato".
La Beata Vergine Maria, nostra Madre, l'umile e povera serva del Signore, che ha accolto, generato e donato al Gesù, ti protegga e ti accompagni nella tua missione di portare Gesù e il suo messaggio di salvezza a tutti quelli che incontrerai nelle varie condizioni e ambiti di vita.


Antonio Lanfranchi