Avrò la mia tomba; sarai tu che verrai, morte procace, non squallida come quei timidi dicono: io son tuo amante, morte, mia morte che raccogli la vita tra le braccia e la tramandi, dalle sue
spoglie grano traendo, e vita, nuova vita nel
sole dei morti, invisibile nella loro
pace fruttifera, da cui un'altra né mai
diversa vita risorge, nulla finisce, anzi
tutto continua, o morte, o amata morte, o amata.
(Carlo Betocchi,
"Poesie del sabato", Mondadori, 1980)
M.I. Rupnik, Chiesa delle Suore Orsoline Figlie di Maria Immacolata
Verona - Italia
La Morte aveva finito il suo beffardo discorso
e la voce di nostro Signore risuonò fragorosamente nello Sheol, aprendo ogni tomba una per una. Terribili spasimi afferrarono la
Morte nello Sheol; dove la luce non era mai stata, raggi brillarono
dagli angeli che erano entrati per far uscire i morti a incontrare il Morto che ha
dato vita a tutto. La morte di Gesù è un tormento per me (dice la Morte), vorrei averlo lasciato vivo: sarebbe
stato meglio per me che la sua morte. Qui c’è un morto la cui morte trovo detestabile; alla morte di ogni altro io gioisco,
ma la sua morte mi tormenta, e aspetto che torni alla vita:
durante la sua vita egli ha fatto rivivere e portato di nuovo alla vita tre morti. Ora attraverso la sua
morte i morti che sono venuti di nuovo alla
vita mi calpestano alle porte dello Sheol quando vado per trattenerli. Correrò e chiuderò le porte dello
Sheol davanti a questo Morto la cui morte
mi ha rapinato. Chi sentirà ciò si meraviglierà della
mia umiliazione, perché sono stata sconfitta da un
Morto venuto da fuori: tutti i morti
vogliono andare fuori, e lui insiste per entrare. Un farmaco
di vita è entrato nello Sheol e ha riportato i suoi morti indietro
alla vita.
Sant’Efrem
il Siro, Inni sulla Risurrezione, n. 36, 11.13.14, Lipa 1999
"Non desidero più la sofferenza né la morte, ma è l’amore solo che mi attira. A lungo le ho desiderate; ho posseduto la sofferenza e ho creduto raggiungere la riva del Cielo, ho creduto che il fiorellino sarebbe stato colto nella sua primavera. Ora l’abbandono solo mi guida, non ho altra bussola! Non posso chiedere più niente con ardore, fuorché il compimento perfetto della volontà del Signore sull’anima mia senza che le creature riescano a porvi rimedio."
Avanti, sputa l'osso: pulito, lucente, levigato, senza frange di polpa, l'immagine del vero, ammettendo che in questo unico osso avulso dal contesto allignino chiariti, concentrati, quesiti fin troppo capitali. Credo che tu non possa farcela; saresti cenere nella fossa, anima da qualche parte.
Dobbiamo riconoscere che anche la morte può essere un guadagno e la vita un castigo. Perciò anche san Paolo dice: «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,21). E come ci si può trasformare completamente nel Cristo, che è spirito di vita, se non dopo la morte corporale?
Esercitiamoci, perciò, quotidianamente a morire e alimentiamo in noi una sincera disponibilità alla morte. Sarà per l'anima un utile allenamento alla liberazione dalle cupidigie sensuali, sarà un librarsi verso posizioni inaccessibili alle basse voglie animalesche, che tendono sempre a invischiare lo spirito. Così, accettando di esprimere già ora nella nostra vita il simbolo della morte, non subiremo poi la morte quale castigo. Infatti la legge della carne lotta contro la legge dello spirito e consegna l'anima stessa alla legge del peccato. Ma quale sarà il rimedio? Lo domandava già san Paolo, dandone anche la risposta: «Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?» (Rm 7,24). La grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore (cfr. Rm 7,25 ss.).
Abbiamo il medico, accettiamo la medicina. La nostra medicina è la grazia di Cristo, e il corpo mortale è il corpo nostro. Dunque andiamo esuli dal corpo per non andare esuli dal Cristo. Anche se siamo nel corpo cerchiamo di non seguire le voglie del corpo.
Non dobbiamo, è vero, rinnegare i legittimi diritti della natura, ma dobbiamo però dar sempre la preferenza ai doni della grazia.
Il mondo è stato redento con la morte di uno solo. Se Cristo non avesse voluto morire, poteva farlo. Invece egli non ritenne di dover fuggire la morte quasi fosse una debolezza, né ci avrebbe salvati meglio che con la morte. Pertanto la sua morte è la vita di tutti. Noi portiamo il sigillo della sua morte, quando preghiamo la annunziamo; offrendo il sacrificio la proclamiamo; la sua morte è vittoria, la sua morte è sacramento, la sua morte è l'annuale solennità del mondo.
E che cosa dire ancora della sua morte, mentre possiamo dimostrare con l'esempio divino che la morte sola ha conseguito l'immortalità e che la morte stessa si è redenta da sé? La morte allora, causa di salvezza universale, non è da piangere. La morte che il Figlio di Dio non disdegnò e non fuggì, non è da schivare.
A dire il vero, la morte non era insita nella natura, ma divenne connaturale solo dopo. Dio infatti non ha stabilito la morte da principio, ma la diede come rimedio. Fu per la condanna del primo peccato che cominciò la condizione miseranda del genere umano nella fatica continua, fra dolori e avversità. Ma si doveva porre fine a questi mali perché la morte restituisse quello che la vita aveva perduto, altrimenti, senza la grazia, l'immortalità sarebbe stata più di peso che di vantaggio.
L'anima nostra dovrà uscire dalle strettezze di questa vita, liberarsi delle pesantezze della materia e muovere verso le assemblee eterne.
Arrivarvi è proprio dei santi. Là canteremo a Dio quella lode che, come ci dice la lettura profetica, cantano i celesti sonatori d'arpa: «Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti. Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo. Tutte le genti verranno e si prostreranno dinanzi a te» (Ap 15,3-4).
L'anima dovrà uscire anche per contemplare le tue nozze, o Gesù, nelle quali, al canto gioioso di tutti, la sposa è accompagnata dalla terra al cielo, non più soggetta al mondo, ma unita allo spirito: «A te viene ogni mortale» (Sal 64,3).
Davide santo sospirò, più di ogni altro, di contemplare e vedere questo giorno. Infatti disse: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore» (Sal 26,4).
Chiara Corbella 28 anni, si è spenta mercoledì 13 giugno, a mezzogiorno. Aveva conosciuto Enrico Petrillo a Medjugorje, e si sono presto sposati. In seguito, sono riusciti a superare sofferenze inaudite grazie a un radicato senso di Fede in Dio. Chiara, una ragazza bellissima e radiosa, si racconta in un video di due anni fa: ha una voce ferma, sicura, tremante d'emozione a tratti, ma sembra sapere qualcosa che ai più non è concesso. Rimasta incinta, scopre che la bambina è affetta da una grave forma di anencefalia. Deve dire al marito, ricoverato in ospedale, che la loro bambina non ha speranze di vivere dopo la nascita. Chiara confessa: "Non sapevo come dirlo a mio marito. Ho passato una notte terribile, e ho detto: <<Signore, mi vuoi donare questa cosa, ma perché non me l'hai fatto scoprire insieme a mio marito? Perché mi chiedi di dirglielo?>>. A quel punto ho pensato alla Madonna, che anche a lei il Signore aveva donato un figlio e gli aveva chiesto di annunciarlo a suo marito. Anche a lei il Signore aveva donato un figlio che non era per lei, che sarebbe morto e lei avrebbe dovuto vedere morire sotto la croce. Questa cosa mi ha fatto riflettere sul fatto che forse non potevo pretendere di capire tutto e subito, e forse il Signore aveva un progetto che io non riuscivo a comprendere. Ma già avviene il primo miracolo: il momento in cui lo dico a Enrico è stato un momento indimenticabile. Mi ha abbracciato e mi ha detto: <<E' nostra figlia e la terremo così com'è!>>. Nonostante tutto è stata una gravidanza stupenda, in cui abbiamo potuto apprezzare ogni singolo giorno, ogni piccolo calcio di Maria è stato un dono. Il momento in cui l'ho vista è un momento che non dimenticherò mai. Ho capito che eravamo legati per la vita. L'abbiamo battezzata, ed è stato il dono più grande che il Signore potesse farci. La piccola Maria nasce e muore dopo mezz'ora. Chiara ricorda il momento in cui Maria viene alla luce e spiega: "Se avessi abortito, non penso che avrei ricordato quel giorno come giorno di festa. Invece ricordo la gioia di quel giorno quando è nata". La gioia della maternità pensa di conservarla tutta la vita. E aggiunge: "Alle mamme vorrei dire che conta il fatto di aver avuto il dono del figlio, non il tempo che ci è riservato di stare con lui".
In seguito Chiara rimane ancora incinta, il bimbo si chiamerà Davide, anche lui è affetto da gravissime malformazioni che gli rendono impossibile la vita dopo la nascita ma, ancora una volta, la coppia decide di portare avanti la gravidanza.
Arriva la terza gravidanza, Francesco, che risulta essere un feto senza complicazioni. Al quinto mese di gestazione Chiara scopre di avere un carcinoma alla lingua e rifiuta i cicli di chemio e radio terapia perché non ha come priorità la sua vita ma quella di Francesco e non ha dubbi: non spetta a lei decidere poiché solo a Dio è concesso, così, come ha deciso per Maria e Davide, così farà per Francesco e aspetterà la fine della gestazione per curarsi. Francesco nasce sano e bello il 30 maggio 2011. Chiara, dopo la diagnosi medica del 4 aprile che la dichiarava "malata terminale", ha chiesto a Dio non il miracolo della guarigione, ma di farle vivere questi drammatici momenti di malattia e sofferenza nella pace sua e delle persone a lei più vicine. Per questo poco prima di morire Chiara aveva affrontato un viaggio a Medjugorje, invitando anche le famiglie degli amici. Era stata una grande fatica per lei, ormai molto malata, ma finalizzata ad aiutare gli altri ad accettare il dolore, a capire ai piedi della Madonna il senso della vita qui su questa terra. Nella lettera lasciata a suo figlio e letta dal marito Enrico, Chiara ha scritto: "Vado in cielo ad occuparmi di Maria e Davide, e tu rimani con il papà. Io dal cielo prego per voi". E confida al marito: "forse la guarigione in fondo non la voglio: un marito felice e un bambino sereno senza la mamma rappresentano una testimonianza pi grande rispetto ad una donna che ha superato una malattia. E' una testimonianza che potrebbe salvare tante persone...". Al suo confessore, manda un SMS, l'ultimo: "Siamo con la lanterna accesa in attesa dello Sposo".
Così Chiara andava preparando il suo incontro con Cristo.
Dimorava allora il beato Francesco nel palazzo del vescovo di Assisi, e prego i frati di trasportarlo in fretta alla Porziuncola, poiché voleva rendere l'anima a Dio là dove per la prima volta conobbe la via della verità.
I pochi giorni che mancavano alla sua morte li passò in inni di lode, invitando i compagni diletti a cantare con lui le lodi di Cristo. Chiamava tutte le creature a lodare Dio, esortandole al divino amore. Perfino la morte, a tutti terribile e odiosa, esortava a lodare il Signore, correndole incontro e accogliendola come ospite gradita. "Ben venga - diceva - la mia sorella morte".
Dopo pochi giorni che si trovava nel luogo tanto desiderato, avvedendosi che la morte incalzava, chiamò a sé due frati e figlioli suoi prediletti e comandò loro di cantare ad alta voce, con giubilo di spirito, lodi al Signore per la morte vicina, anzi per l'approssimarsi della vera vita.
Su tutti i frati, che intanto si erano posti a sedere intorno a lui, stese poi le mani con le braccia disposte a forma di croce - il segno che tanto amava - e tutti, presenti e assenti, benedisse nella potenza e nel nome di Cristo crocifisso.
Poi aggiunse: "Figli miei, restate tutti saldi nel santo timore di Dio e perseverate sempre in esso. Poiché le tribolazioni e le Tentazioni verranno; beati però saranno coloro che persevereranno in questa via nella quale si sono incamminati.Io mi affretto a tornare a Dio, alla cui bontà vi raccomando tutti".
Finita questa dolce esortazione, quest'uomo carissimo a Dio si fece portare il libro dei Vangeli e chiese che gli si leggesse quel tratto del vangelo di San Giovanni che comincia con le parole: "Prima della festa di Pasqua".
Poi Francesco cominciò a recitare forte, per quanto gli era possibile, le parole del salmo "Con la mia voce al Signore grido aiuto, con la mia voce al Signore grido aiuto", e continuò così sino alla fine, concludendo: "I giusti mi faranno corona, quando mi concederai la tua grazia".
Poi si rivolse al medico: "Coraggio, frate medico, dimmi pure che la morte è imminente: per me sarà la porta della vita!". E ai frati: "Quando mi vedrete ridotto all'estremo, deponetemi nudo sulla terra come mi avete visto ieri l'altro, e dopo che sarò morto, lasciatemi giacere così per il tempo necessario a percorrere comodamente un miglio".
E mentre molti frati dei quali era padre e guida, ivi raccolti con riverenza aspettavano il beato passaggio e la benedetta fine, quella santissima anima si sciolse dalla carne, per essere assorta nell'abisso di eterna luce, e il corpo si addormentò nel Signore.
Si radunò allora una moltitudine di gente che lodava Dio, dicendo: "Lodato e benedetto sii tu, Signore Iddio nostro, che a noi indegni hai affidato un sì prezioso tesoro, lode e gloria a te, Trinità ineffabile!".
Nei vasi i fiori
del matrimonio celebrato nove giorni fa sono ancora belli, impreziosiscono gli
altari della nostra chiesa; oggi celebriamo un funerale.
– Non fiori ma opere di bene – mi colpì questa sentenza, ero adolescente
inquieto e ribelle in cerca di giuste cause, mi sembrò indice di una superiore
moralità, puritana ed integerrima. Dalle opere di bene all'operare per il bene
comune all'operare il male a fin di bene fu un tutt'uno: l'incedere di una
generazione. Ero già un uomo quando comprai fiori da riempirne l'auto: per mia
madre, da portare in chiesa, al cimitero, da regalare e risalendo i tornanti
verso casa mi misi a cantare a voce spiegata; una preghiera di ringraziamento,
di lode. Quando mai i fiori avrebbero impedito le opere di bene e come
potrebbero? Non amo i puritani e credo gli integerrimi incapaci o
impossibilitati ad un sereno esame di coscienza.
Pensieri da
contemplazione di un pomeriggio estivo, nitido allo sguardo, il sole caldo
rinfrescato dal vento. Giusto un anno fa il campanile scandiva le tre e tra le
braccia dei familiari la bara di mia madre lasciava la nostra casa per la
liturgia funebre che l'avrebbe accompagnata al cimitero; per tutta la vita si
era raccomandata ai nostri morti come intercessori, li aveva pregati offrendo
per loro le sue preghiere; un dialogo ininterrotto consapevole del mistero che
tutto avvolge e, sebbene peccatori, veneriamo come Comunione dei Santi. Oggi il
campanile batte le tre e io mi accodo al corteo funebre di Ebe, morta a 94
anni. Barista della mia infanzia, adolescenza, giovinezza poi, ormai sempre più
vecchi tutti e due, una cara presenza con cui scambiare poche chiacchiere,
molti buoni convenevoli; il piacere della vicinanza con qualcuno che conosci e
ti conosce da sempre. Basta sorridere per veder scorrere la vita a ritroso. In
chiesa tutta la sua numerosa famiglia: figli, nipoti e pronipoti, parenti;
tante storie, qualcuna più difficile qualcuna meravigliosa. Alcuni sono amici,
molte presenze abitudinarie, qualcuno nemmeno lo conosco. Matrimoni e funerali
scandiscono l'esistenza delle famiglie. I matrimoni sono, nella gioia, promessa
di nuova vita e in questo fondanti le comunità. I funerali sono, nel dolore,
promessa di vita eterna e in questo rinsaldano le comunità dispensando grazie
necessarie a chi resta: molti affanni, molte preoccupazioni, molte
incomprensioni, si rivelano ben poca cosa di fronte ad una morte condivisa.
Matrimoni e funerali sono buona occasione per fare pace: con sé stessi, con gli
altri, con Dio.
La famiglia
presiede le necessità vitali della persona, la Chiesa presiede le necessità
vitali della comunità; chiesa e famiglia, istituzioni banalizzate, derise,
osteggiate sono i due poli su cui si attesta la difesa dell'umanità nel nostro
tempo. Contro l'attacco mercantile che negando l'anima riduce l'uomo a
materiale organico da laboratorio genetico; contro l'attacco spiritualista che
scarnificandolo lo riduce a sentimento mutevole. Come il senso della famiglia
necessita di un luogo circoscritto, uno spazio privato, così il senso della
Chiesa necessita di spazi pubblici, luoghi sacri per nutrire, in rivoli
infiniti, coloro che l'avvicinano. Sono stato pochi giorni fa a Monte Sant'Angelo,
nella grotta dell'Arcangelo Michele, meta millenaria di devozione popolare. Una
visita a quelle pietre, un'architettura che racconta i secoli in un colpo
d'occhio, così come un matrimonio, un funerale a compimento di una esistenza,
sono una benedizione, un dono prezioso. Bisogna renderne merito.
Giovanni Lindo
Ferretti, da Avvenire, 22 luglio 2012
Mi commuove dell'artista la lena?
L'aver fermato in un crampo il vento
la piegatura che dà ombra
e rivela,
la maestrìa piena
e ad altre sodale
che han disseminato il campo
tra quattrocento e per due secoli avanti
per i fedeli semplici, per gli ignoranti?
Io ignoro come loro.
Anzi di più.
Io non sono
con tutto il secolo infausto
di dolore abbastanza
esposto, un secolo
che dalle sue sepolture disperse
grida, rivendica, geme
non sono abbastanza
esposto, non sono ancora
come voi in quest'ombra
perso.
Io non so più
il dolore per Cristo.
Non sapevo cos'è perdere Gesù, cos'era...
Non lo sapevo.
E' disperazione finale
nella figura ventosa, nella figura
rugosa, e nell'uomo che si tiene
su il viso
nel loro vedere il niente
aver vinto su Dio,
nel veder chiuso cadere
il cristiano sorriso.
Non lo sapevo io, che ne potevo sapere...
E' vedere il corpo che l'infinito aveva preso
abbattuto, arreso.
E' vedere ogni cielo chiuso.
Vedere con gli occhi che avevano creduto
Lui vinto, atterrato.
Niccolò, tu me lo hai fatto vedere.
Dove ha fine la speranza, dove cede
Qui nulla si risparmia.
Brucia nel vuoto, viola la notte avanza
nella città che non tace mai.