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domenica 9 novembre 2014
venerdì 26 settembre 2014
domenica 31 agosto 2014
lunedì 24 febbraio 2014
sabato 2 novembre 2013
bye bye Lou
Jesus, help me find my proper place
Help me in my weakness
Cause I'm falling out of grace
(Lou Reed, 1942-2013)
martedì 29 ottobre 2013
«Voi chi dite che io sia?»
15 Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». 16 Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 17 E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. 18 E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. 19 A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». 20 Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
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sabato 30 marzo 2013
Sabato Santo
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| M.I. Rupnik, Chiesa delle Suore Orsoline Figlie di Maria Immacolata
Verona - Italia
|
La Morte aveva finito il suo beffardo discorso
e la voce di nostro Signore risuonò fragorosamente nello Sheol,
aprendo ogni tomba una per una.
Terribili spasimi afferrarono la Morte nello Sheol;
dove la luce non era mai stata,
raggi brillarono dagli angeli che erano entrati
per far uscire i morti a incontrare
il Morto che ha dato vita a tutto.
La morte di Gesù è un tormento per me
(dice la Morte),
vorrei averlo lasciato vivo:
sarebbe stato meglio per me che la sua morte.
Qui c’è un morto la cui morte trovo detestabile;
alla morte di ogni altro io gioisco,
ma la sua morte mi tormenta,
e aspetto che torni alla vita:
durante la sua vita egli ha fatto rivivere
e portato di nuovo alla vita tre morti.
Ora attraverso la sua morte
i morti che sono venuti di nuovo alla vita
mi calpestano alle porte dello Sheol
quando vado per trattenerli.
Correrò e chiuderò le porte dello Sheol
davanti a questo Morto
la cui morte mi ha rapinato.
Chi sentirà ciò si meraviglierà della mia umiliazione,
perché sono stata sconfitta da un Morto
venuto da fuori:
tutti i morti vogliono andare fuori,
e lui insiste per entrare.
Un farmaco di vita è entrato nello Sheol
e ha riportato i suoi morti indietro alla vita.
Sant’Efrem il Siro, Inni sulla Risurrezione, n. 36, 11.13.14, Lipa 1999
giovedì 28 marzo 2013
giovedì 14 febbraio 2013
La sofferenza della Croce
Dio è amore. Ma l’amore
può anche essere odiato, laddove esige che si esca da se stessi per andare al
di là di se stessi. L’amore non è un romantico senso di benessere. Redenzione
non è wellness, un bagno nell’autocompiacimento, bensì una liberazione dall’essere
compressi nel proprio io. Questa liberazione ha come costo la sofferenza della
Croce. La profezia sulla luce e la parola circa la Croce vanno insieme.
da "L'infanzia di Gesù", Benedetto XVI, pag. 101
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mercoledì 13 febbraio 2013
CARO PAPA
La logica del mondo, la logica di Dio
(articolo di Alessandro D'Avenia, tratto dall'Editoriale di Avvenire, n.37 del 13 Febbraio 2013)
Caro Papa,
manca un accento all'ultima lettera di questo tuo nome, Papa, e verrebbe fuori un'altra parola. La parola che ogni figlio pronuncia migliaia di volte nella vita e che un figlio di Dio ha la fortuna di pronunciare molte più volte perché, alla fine, la vita cristiana è imparare a dire abbà, papà, a Dio.
Alla notizia della tua rinuncia ho avuto paura. Ho provato lo stesso dolore per la morte di Giovanni Paolo II: allora avevo 28 anni e mi sentii orfano, piansi come chi ha perso un padre.
Lunedì mi è successo lo stesso. Mi sono sentito orfano. Tu avevi deciso di non essere più Papa. Un altro padre mi veniva meno. E' il dolore di un figlio che ha ricevuto moltissimo. Ho seguito il tuo pontificato sin dal momento in cui ti sei affacciato per la prima volta dal balcone (abitavo a Roma allora). Ho letto i tuoi scritti, mi sono nutrito delle tue parole sempre profonde e stranamente semplici per un professore di teologia, perché fondate sul rapporto vero con Dio (quanto gelo nelle parole di alcuni pastori che capita di ascoltare...).
In questi anni in cui la fede è spesso messa alla prova, dileggiata, fraintesa, tu hai fatto da parafulmine a molte critiche. Le hai prese tutte su di te. Non te ne importava niente di essere colpito. Sono beati quelli che vengono colpiti a causa di Cristo e chissà quanta della sporcizia che c'è nella Chiesa è stata gettata su di te per il fatto di essere quel padre di famiglia che è il Papa. Tu hai sempre dimostrato e chissà con quanto dolore, dal discorso di Ratisbona a quello sul matrimonio, che l'unico consenso che t'interessa è quello di tuo Padre Dio, cioè della verità, del logos. Per questo ho avuto paura quando hai annunciato la tua rinuncia. Sul momento mi è sembrato un tirarsi indietro. Se ti tiri indietro anche tu, che sei il Papa, che fine facciamo noi? Ho ripensato a una tua frase che mi porto nel cuore: <<Fedeltà è il nome che ha l'amore nel tempo>>. Me la ricordo tutte le volte che il mio e l'altrui amore è messo alla prova e devo aggrapparmi con tutte le forze all'Amore che muove tutti gli altri amori, oltre che il sole e le altre stelle. In questi anni la mia fede si è rafforzata grazie a quel logos cortese, fermo e caldo che tu sai infondere alle parole che usi, come (tanto per fare un esempio) queste che ho letto qualche giorno fa: <<Dio, con la sua verità, si oppone alla molteplice menzogna dell'uomo, al suo egoismo e alla sua superbia. Dio è amore. Ma l'amore può anche essere odiato, laddove esige che si esca da se stessi per andare al di là di se stessi. L'amore non è un romantico senso di benessere. Redenzione non è wellness, un bagno nell'autocompiacimento, bensì una liberazione dall'essere compressi nel proprio io. Questa liberazione ha come costo la sofferenza della Croce>>.
Ripensando alla tua frase, leggendo queste parole, le tue "dimissioni" mi sembravano incomprensibili e mi hanno gettato nello sgomento. Mi sono sentito solo. A che serve difendere la propria fede se poi anche il Papa si tira indietro. Poi a poco a poco l'emotività ha lasciato lo spazio al logos appunto, alla verità, a Cristo, e una grande pace è tornata nel cuore.
Dovevo andare oltre il codice d'interpretazione soggettivo, emotivo, mondano. Rinunciare rappresenta un fallimento per il mondo, è un gesto di debolezza per il mondo, nel quale si "è" solo se ci si afferma, a ogni costo. La logica della debolezza non è del mondo. Del mondo è la logica del potere e dell'egoismo. Per questo il tuo gesto è un gesto di libertà dall'io e non di fuga da Dio, nel quale ti vuoi rifugiare del tutto per continuare a sostenere la Chiesa più e meglio. Con questo gesto fai trionfare una logica diversa, un logos diverso. Quello di chi sa che la sua preghiera silenziosa vale tanto quanto la sua azione, e lascia quest'ultima a chi può meglio di lui portarla avanti. Doveva suonare allo stesso modo, fastidiosa e inspiegabile, la frase di Cristo ai suoi: <<E' bene che io me ne vada perché venga a voi un altro consolatore>>.
Anche Cristo sembra tirarsi indietro, ma così vince: lascia lo spazio alla potenza dello Spirito, non si lascia legare neanche dalla sua condizione umana, dà tutto, anche quella, si espropria di tutto se stesso, perché come tu hai spiegato nel tuo libro più bello, "essere cristiani" è "essere per". Egli pone nelle mani dei suoi il compito di continuare le sue opere e afferma che ne faranno anche di più grandi delle sue. Ti ringrazio, caro Papa, per tutto il logos che ci hai donato e ci donerai sino al 28 febbraio, da Papa, ma anche per il logos che ci donerai dopo, nel silenzio che il mondo già chiama sconfitta, sotterfugio, fuga, e che è invece vittoria. Non mi sento più solo, perché ancora una volta mi hai aiutato a guardare all'unica cosa che conta, l'unica di cui c'è bisogno, il Logos stesso. Una sola cosa ti chiedo. Non dare le dimissioni dalla scrittura. Continua a nutrire la nostra fede con il tuo logos. Non farlo sarebbe dare le dimissioni da un talento e il Vangelo parla chiaro in merito.
sabato 5 gennaio 2013
L'amore solo mi attira
"Non desidero più la sofferenza né la morte, ma è l’amore solo che mi attira. A lungo le ho desiderate; ho posseduto la sofferenza e ho creduto raggiungere la riva del Cielo, ho creduto che il fiorellino sarebbe stato colto nella sua primavera. Ora l’abbandono solo mi guida, non ho altra bussola! Non posso chiedere più niente con ardore, fuorché il compimento perfetto della volontà del Signore sull’anima mia senza che le creature riescano a porvi rimedio."
Santa Teresa di Lisieux, Storia di un anima.
giovedì 3 gennaio 2013
Sotto la guida dello Spirito
Ecco invece, innanzitutto, la buona novella di Gesù: siamo peccatori, ma il nostro peccato è perdonato. A volte ci si è immaginato che la buona novella consistesse piuttosto in questo: teniamo conto del peccato e facciamo del nostro meglio per non caderci; attenzione quindi a sapere bene dove inizia e dove finisce il peccato, cosa è permesso e cosa è vietato. Ma il sapere se questo è peccato e quello non lo è non costituisce assolutamente l'oggetto primario della buona novella: sarebbe una buona notizia per i farisei, non quella di Gesù. Al contrario, la buona novella di Gesù consiste in questo: il nostro peccato, qualunque esso sia, è perdonato. La nostra unica e immensa gioia è di essere peccatori perdonati: l'unica certezza che ci resta qui sulla terra davanti a Dio è fonte di riconoscenza infinita. La grazia che Gesù vuole accordarci, e che noi cominciamo appena a sospettare, è di saperci peccatori: saperlo è il segno che i nostri occhi finalmente si aprono e che stiamo per essere guariti dalla nostra cecità, è il segno certo della grazia, dell'unica grazia sulla terra, che è anche l'unica gioia del cielo: "C'è più gioia in cielo per un peccatore convertito che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione" (Lc 15,7).
(...)
Per questo il peccatore non è certamente un estraneo agli occhi di Dio; al contrario, Dio vuole conoscere solo il peccatore e, viceversa, quest'ultimo è il solo a sapere qualcosa su Dio.
(...)
"Il peccatore è al cuore stesso della cristianità. Nessuno è così competente in materia di cristianità come il peccatore. Nessuno, se non il santo". Così, a un certo momento, non c'è più differenza tra il peccatore e il santo: il santo, infatti, non è altro che un peccatore convertito, ed è questo prima di qualunque altra cosa. E ogni peccatore è un santo in potenza.
Mediante questa via del pentimento noi osiamo essere la gioia di Dio, perché Dio ha voluto rivelare il suo amore attraverso una pedagogia del peccato e della grazia.
(Sotto la guida dello Spirito, Andrè Louf)
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martedì 25 dicembre 2012
buon Natale
Nessuno può dire: ho la Verità - questa è l'obiezione che si muove - e, giustamente, nessuno può avere la Verità. E' la Verità che ci possiede, è qualcosa di vivente! Noi non siamo suoi possessori, bensì siamo afferrati da lei. Dio ci è diventato così vicino che Egli stesso è un uomo: questo ci deve sconcertare e sorprendere sempre di nuovo! Egli è così vicino che è uno di noi. Conosce l'essere umano, lo conosce dal di dentro, lo ha portato con le sue gioie e le sue sofferenze. Come uomo, mi è vicino, vicino "a portata di voce".
papa Benedetto XVI
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martedì 18 dicembre 2012
Hanno perseguitato Cristo, oggi perseguitano i Cristiani
Se avessi scritto: “Venne tra la sua gente, ma i
suoi non lo hanno accolto” (cfr Gv 1,11), sarei stato meno efficace.
A uccidere i Cristiani cominciò l’Impero Romano, che pur tollerava tutti i culti; e lo fece non certo
perché fossero criminali, o perché non riconoscessero l’autorità imperiale.
Molti cristiani infatti militavano nell’esercito, con giuramento di fedeltà, e
secondo la mentalità del tempo erano pronti a difendere dai “barbari” il “limes”, cioè il confine dell’Impero.
È vero
che i persecutori facevano girare su di loro le più strane storie, come
l'accusa di sacrificare bambini e berne il sangue, ma queste erano dovute al
fatto che i “misteri” erano rivelati solo agli iniziati (e l’accusa del Sangue
derivava da una errata comprensione del sacrificio dell’Eucaristia, nel quale
sotto le apparenze del pane e del vino si offre il Sangue di Cristo).
Allora perché Roma si sentiva minacciata da loro?
Perchè i seguaci della nuova religione, pur servendo
fedelmente Roma, non le riconoscevano un valore assoluto e divino, che
riservavano solo a Cristo Dio.
In una parola i cristiani erano - e sono - coloro che
al di sopra di ogni valore mettono Gesù.
Ciò non li porta a cercare un altro mondo né a disprezzare le cose della vita terrena, ma a non prenderne mai alcuna come totalizzante. In più ritengono che il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, non possano essere stabiliti dagli uomini, neanche con l’autorità che proviene dalla maggioranza, ma solo da Dio attraverso la legge naturale.
Ciò non li porta a cercare un altro mondo né a disprezzare le cose della vita terrena, ma a non prenderne mai alcuna come totalizzante. In più ritengono che il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, non possano essere stabiliti dagli uomini, neanche con l’autorità che proviene dalla maggioranza, ma solo da Dio attraverso la legge naturale.
Ieri
contestavano all’Imperatore di ritenersi un essere divino e di poter agire a
suo arbitrio, oggi parlano di “valori non negoziabili”. Vanno sempre oltre le soluzioni immediate (per
esempio “l’amore mi porta a convivere” o “col divorzio mi rifaccio una vita”).
Dicono
sempre: “Va bene però... bisogna guardare ciò che dice Dio”, in quanto Lui solo è l’Assoluto. Ed
è questo “però” che infastidisce, perché il
riferimento a Dio sembra impedire l’esercizio della libertà.
È facile
accorgersi, come notano gli storici delle persecuzioni romane, che per gli
imperatori, i quali ritenevano se stessi “divini” (facendosi così molto più
simili al modello dei tiranni orientali, e rinunciando di fatto a quello della
Roma Repubblicana guidata dal Senato), i Cristiani fossero una minaccia.
La persecuzione della Roma antica è per molti aspetti simile
alla cristianofobia che oggi pervade l’occidente. Essa qui in Europa non
sopprime materialmente, ma opera una discriminazione culturale che emargina la
fede cristiana e di fatto la uccide, presentandola come superata, vecchia e
nemica dell’uomo.
Guai se i
cristiani affermano che Dio ha dei diritti anche nella vita sociale (il Regno
Sociale di nostro Signore Gesù Cristo; cfr. enciclica “Quas
primas” di Pio XI), o difendono il matrimonio naturale con la
sua complementarietà di sessi.
Guai se
proclamano che l’amore maturo non è solo attrazione affettiva o pura ricerca di
piacere, ma impegno ufficialmente preso di mutua donazione e di procreazione.
Ancor
peggio se ricordano alla nostra società materialista che non basta riempire
l’uomo di cose, servizi, centri di benessere, sport o della demagogia dei
diritti, ma è indispensabile fargli intravedere un fine che vada al di là dei
suoi 80 anni di vita.
Negli
ultimi due secoli, l’uomo occidentale inebriato di ragione immanente, si è
convinto di essere “divino” cioè autore col suo pensiero e con la dittatura del
numero, della sua auto-salvezza. E quando uno è convinto di salvarsi da solo,
non ha più bisogno di un Salvatore. Chi gliene parla diventa anacronistico e a
lungo andare odioso.
Per i cristiani a Natale l’Unico Salvatore torna nel
mondo e, a costo di essere perseguitati, Lo vogliono accogliere.
Don Giorgio Bellei
articolo tratto da qui.
sabato 1 dicembre 2012
Sua carità
Hanno
ragione sul fatto della testimonianza, che molto tocca e ci contraddice. Però
si aspettano siano i buoni a pregare, che solo i buoni possano inginocchiarsi:
quelli con coscienza immacolata, quelli da rettitudine morale. Come Maria (però
ne dimenticano il dolore). Perché inginocchiarsi, mettersi a pregare, non è un
premio per la buona coscienza: la carità
non è il regalo a punti del benzinaio. La cerchiamo sempre, più grande di noi.
C'inginocchiamo perché non siamo santi, perché siamo indegni. Perché Lui è
Santo, e Lui è degno: lo vediamo nel mattino, nelle colline; nel freddo
improvviso alle mani a settembre, nella luna l'altroieri piena: dove tutto
vive. Soprattutto, ne sentiamo la mancanza. Ne soffriamo il digiuno dopo
giorni, la domenica mattina. Però Lui chiama in questa assenza: la nostra
assenza, la nostra sufficienza. Nel nostro stare mezzi (mezzi pieni, mezzi
veri) chiama ancora dentro il cuore, Lui soffia, comprende, dice: "Come
hai fatto, vieni": noi, gli operai dell'ultim'ora, gli scandalizzanti che
saremo sempre. Perché Lui è giusto, e Lui è buono: non è di questo che sono
invidiosi?
domenica 25 novembre 2012
LA SOLENNITA' DI CRISTO RE
La Solennità
di Cristo Re,
che segna la fine dell’anno liturgico, nella Chiesa cattolica, nella Chiesa luterana ed in altre denominazioni
cristiane, indica un ricordo particolare di Gesù Cristo visto come Re di tutto
l'universo.
Con essa si vorrebbe sottolineare che la figura di Cristo rappresenta per i
cattolici il Signore della storia e del tempo.
Questa festa fu introdotta da Pp Pio XI (Achille Ratti, 1922-1939), con
l'enciclica “Quas primas” (“Sulla Regalità di Cristo”) dell'11 dicembre 1925.
Dice il Papa nell'Enciclica: « E perché più abbondanti siano i desiderati frutti e
durino più stabilmente nella società umana, è necessario che venga divulgata la
cognizione della regale dignità di nostro Signore quanto più è possibile. Al
quale scopo ci sembra che nessun'altra cosa possa maggiormente giovare quanto
l'istituzione di una festa particolare e propria di Cristo Re. »
Nella forma ordinaria del rito romano la festa coincide con l'ultima
domenica dell'anno liturgico mentre nella forma straordinaria la festa coincide con l'ultima
domenica di ottobre.
Anche nel rito ambrosiano, la solennità di Cristo Re corrisponde all'ultima
domenica dell'anno liturgico, ma - poiché l'Avvento ambrosiano, con cui
comincia l'anno liturgico, è più lungo di due settimane rispetto all'Avvento
romano - essa si colloca all'inizio e non alla fine di novembre.
L'appellativo di “Cristo Re” ha origine da alcuni passi biblici : nel Nuovo Testamento Gesù viene dettoRe (βασιλεύς, basilèus), Re
dei Giudei (βασιλεύς τῶν Ἰουδαίων, basilèus ton Iudàion), Re d'Israele (βασιλεύς Ἰσραήλ, basilèus
Israèl), Re dei re (βασιλεύς βασιλέων, basilèus
basilèon) per un totale di 35 volte, soprattutto nei
racconti della passione, e Figlio di Davide (υἱός Δαυὶδ, uiòs
Davìd) altre 12 volte.
Dall’omelia del Beato Giovanni Paolo
II
- Solennità di
Cristo Re -
(Basilica di San Pietro, 23 novembre 1980) :
« [...] Possiamo
dire senz’altro che la regalità di Cristo, quale anche oggi noi celebriamo e
meditiamo, deve esser sempre riferita all’evento, che si svolge su quel colle
(calvario), ed esser compresa nel mistero salvifico, ivi operato da Cristo:
dico l’evento ed il mistero della redenzione dell’uomo. Cristo Gesù - dobbiamo
rilevare - si afferma re proprio nel momento in cui, tra i dolori e gli strazi
della croce, tra le incomprensioni e le bestemmie degli astanti, agonizza e
muore. Davvero, una regalità singolare è la sua, tale che solo l’occhio della
fede può riconoscerla: “Regnavit a ligno Deus”! (“il legno sul quale Cristo regnò”)
[...] Tuttavia, anche per mantenerci aderenti al contenuto dell’odierna
liturgia, è opportuno insistere sulla funzione regale e concentrare il nostro
sguardo, illuminato dalla fede, sulla figura di Cristo come Re e Signore.
Al riguardo, ovvia appare l’esclusione di qualsiasi riferimento di natura
politica o temporalistica.
Alla formale domanda fattagli da Pilato: “Sei tu il re dei giudei?” (Gv 18,33), Gesù risponde esplicitamente che il suo regno non è di questo
mondo e, dinanzi all’insistenza del procuratore romano, afferma: “Tu lo
dici: io sono re”, aggiungendo
subito dopo: “Per questo sono venuto nel mondo: per rendere
testimonianza alla verità”
(Gv 18,37).
In tal modo, egli dichiara quale sia l’esatta dimensione della sua regalità
e la sfera in cui si esercita: è la dimensione spirituale che comprende, in
primo luogo, la verità da annunciare e da servire. Il suo regno, anche se
comincia quaggiù sulla terra, nulla ha però di terreno e trascende ogni umana
limitazione, proteso com’è verso la sua consumazione oltre il tempo,
nell’infinità dell’eterno.»
(articolo preso da qui)
venerdì 23 novembre 2012
MA IN COSA SPERA IL CRISTIANO?
Quando andiamo a lavorare,
speriamo di guadagnare bene, quando usciamo la sera, speriamo di divertirci,
quando stiamo male, speriamo di guarire, anche quando viviamo la nostra
sessualità abbiamo delle speranze.
Ma in cosa spera il cristiano?
Ma in cosa spera il cristiano?
In Dio e nella vita eterna!
Eppure in pochi si attentano a dirlo, a volte
neanche io, quando mi sento dire che
l’unica cosa che conta è la salute.
Non si afferma più che l’unica
speranza duratura è la vita eterna perché un maestro del sospetto ha insinuato
che i cristiani parlando di al di là, dimenticano l’al di qua e sperando nei
beni futuri non lottano più contro le ingiustizie presenti. È questa la vecchia
teoria della religione come oppio dei popoli del mio nemico Karl
Marx.
A dire il vero qualche ragione
questo signore ce l’ha, in quanto il cristianesimo è anche una esperienza
religiosa storica ed è legato con la vicenda umana. Il cristiano non può
ignorare i drammi e le sofferenze nei quali si trova l’umanità del suo tempo.
Se tuttavia questa dimensione, di
per sé assolutamente corretta, viene assunta come l’elemento centrale del
cristianesimo, allora la vita eterna non è più così importante.
Ma è proprio necessario per il cristiano credere ed aspettare
l’eternità? Non basta comportarsi bene e fare la giustizia qui sulla
terra? Che bisogno c’è del Cielo?
Si potrebbe rispondere che negare il futuro eterno è spesso ciò che
porta alla disperazione, al suicidio e a volte in clinica per malattie mentali.
L’uomo occidentale contemporaneo non soffre per la mancanza di beni materiali,
ma per quella di senso della vita. Ciò che dona serenità nel dolore, è l’attesa
di una vita più grande.
In più se guardiamo il Nuovo
Testamento ci accorgiamo che l’annuncio centrale, è che il Crocifisso è Risorto e che è andato
avanti in una vita nuova ed eterna. Quella di Dio da cui per altro era venuto. Questo Crocifisso morto è stato visto vivo, corporalmente vivo, per cui la sua
sequela, cioè il nostro andarGli dietro non sarà più interrotto da niente,
nemmeno dalla morte.
Ecco perché la speranza del cristiano
senza disprezzare le cose della terra, è costituita da Cristo Risorto.
Ispirati dai maestri del
sospetto, dato che Marx ha avuto dei filosofi seguaci, alcuni affermano che tutto ciò è illusione e non lo accettano,
tuttavia non si può essere cristiani accontentandosi di essere buoni e di
operare per la giustizia terrena, senza aspettare con desiderio vivo l’eternità
cioè la vita col Risorto.
Per questo dicevo nello scritto precedente, che per il cattolico, non è
innocuo, quando va a votare, scegliere
una qualsiasi visione di uomo basta che vi si garantisca la giustizia e
la bontà.
Un umanesimo che neghi la
dimensione eterna è un carcere di disperazione che chiude l’uomo solo nell’orizzonte dei suoi 80 anni di vita (i quali
tra l’altro non sono mai completamente felici) ed in più lo spinge ad essere
arbitro di se stesso commettendo le peggiori azioni di cui gli attentati alla
vita e alla famiglia sono alcuni dei malefici esempi.
Don Giorgio Bellei, parroco
Spirito Santo, Modena, articolo del 2006
mercoledì 14 novembre 2012
Ascoltami e parlami
Ascolta. Comprendi. Raccogli. Assimila. Metti in pratica. E' difficile, lo so, darmi ascolto quando la testa è piena di chiasso. E' necessario il silenzio, è necessario il deserto. Si ha terrore dell'aridità e del vuoto. Ma se tu sei fedele, se perseveri, lo sai, il tuo Diletto farà sentire la sua voce, il tuo cuore brucerà e questo ardore interiore ti darà la pace e la fecondità.
Più si moltiplicheranno, malgrado gli ostacoli, malgrado le ripugnanze o le tentazioni di viltà, i momenti in cui mi cerchi e mi trovi per ascoltarmi, più la mia risposta diventerà sensibile, più il mio Spirito ti animerà e ti suggerirà non soltanto ciò che ti chiedo di dire, ma ciò che ti offro di fare: davvero, allora, quello che dirai e farai sarà fruttuoso.
Guardami. Parlami. Ascoltami.
Io non sono soltanto testimone di verità, ma la Verità.
Io non sono soltanto canale di vita, ma la stessa Vita.
Io non sono soltanto raggio di luce, ma la stessa Luce.
Chi comunica a me comunica alla Verità. Chi riceve me riceve la Vita. Chi segue me cammina su una strada di luce, e la luce che sono Io cresce in lui.
Sì, parlami spontaneamente di tutto ciò che ti preoccupa. Io lascio un largo spazio alla tua iniziativa. Non credere che ciò che ti riguarda mi possa lasciare indifferente poiché tu sei qualcosa di me.
Chiamami in aiuto, con dolcezza, con calma, con amore. Non credere che io rimanga insensibile alle delicatezze dell'affetto.
Raccontami la tua giornata. Certo io già la conosco, ma mi piace sentirtela narrare,come alla madre piace il chicchierio del suo bambino al ritorno da scuola. Esponimi i tuoi desideri, i tuoi progetti, i tuoi fastidi, le tue difficoltà. Forse che non sono in grado di aiutarti a superarli?
Hai delle domande da farmi? Non esitare.
Come per Maria Maddalena al mattino di Pasqua, il mio cuore ti chiama continuamente per nome; sono in ansia per la tua risposta. Io dico il tuo nome sottovoce e aspetto il tuo ecce adsum: <<eccomi>>, in testimonianza della tua attenzione e della tua disponibilità.
Chiamami. Amami. Lasciati invadere dalla certezza di essere amato con passione, così come sei, con tutti i tuoi limiti e le tue debolezze, per diventare quale io ti desidero, brace incandescente di carità divina.
Silenzio dei demoni interiori che si chiamano l'orgoglio, l'istinto di potenza, lo spirito di dominio, lo spirito di aggressività, l'erotismo sotto qualsiasi forma che oscura lo spirito e indurisce il cuore.
Silenzio delle preoccupazioni secondarie, degli affanni indebiti, delle evasioni sterili.
Silenzio delle dispersioni inutili, della ricerca di se stesso, dei giudizi temerari.
(Gaston Courtois, Quando il Maestro parla al cuore
edizioni paoline, 1991)
venerdì 2 novembre 2012
Dal libro «Sulla morte del fratello Satiro» di sant'Ambrogio, vescovo
Moriamo insieme a Cristo, per vivere con lui
Dobbiamo riconoscere che anche la morte può essere un guadagno e la vita un castigo. Perciò anche san Paolo dice: «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,21). E come ci si può trasformare completamente nel Cristo, che è spirito di vita, se non dopo la morte corporale?
Esercitiamoci, perciò, quotidianamente a morire e alimentiamo in noi una sincera disponibilità alla morte. Sarà per l'anima un utile allenamento alla liberazione dalle cupidigie sensuali, sarà un librarsi verso posizioni inaccessibili alle basse voglie animalesche, che tendono sempre a invischiare lo spirito. Così, accettando di esprimere già ora nella nostra vita il simbolo della morte, non subiremo poi la morte quale castigo. Infatti la legge della carne lotta contro la legge dello spirito e consegna l'anima stessa alla legge del peccato. Ma quale sarà il rimedio? Lo domandava già san Paolo, dandone anche la risposta: «Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?» (Rm 7,24). La grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore (cfr. Rm 7,25 ss.).
Abbiamo il medico, accettiamo la medicina. La nostra medicina è la grazia di Cristo, e il corpo mortale è il corpo nostro. Dunque andiamo esuli dal corpo per non andare esuli dal Cristo. Anche se siamo nel corpo cerchiamo di non seguire le voglie del corpo.
Non dobbiamo, è vero, rinnegare i legittimi diritti della natura, ma dobbiamo però dar sempre la preferenza ai doni della grazia.
Il mondo è stato redento con la morte di uno solo. Se Cristo non avesse voluto morire, poteva farlo. Invece egli non ritenne di dover fuggire la morte quasi fosse una debolezza, né ci avrebbe salvati meglio che con la morte. Pertanto la sua morte è la vita di tutti. Noi portiamo il sigillo della sua morte, quando preghiamo la annunziamo; offrendo il sacrificio la proclamiamo; la sua morte è vittoria, la sua morte è sacramento, la sua morte è l'annuale solennità del mondo.
E che cosa dire ancora della sua morte, mentre possiamo dimostrare con l'esempio divino che la morte sola ha conseguito l'immortalità e che la morte stessa si è redenta da sé? La morte allora, causa di salvezza universale, non è da piangere. La morte che il Figlio di Dio non disdegnò e non fuggì, non è da schivare.
A dire il vero, la morte non era insita nella natura, ma divenne connaturale solo dopo. Dio infatti non ha stabilito la morte da principio, ma la diede come rimedio. Fu per la condanna del primo peccato che cominciò la condizione miseranda del genere umano nella fatica continua, fra dolori e avversità. Ma si doveva porre fine a questi mali perché la morte restituisse quello che la vita aveva perduto, altrimenti, senza la grazia, l'immortalità sarebbe stata più di peso che di vantaggio.
L'anima nostra dovrà uscire dalle strettezze di questa vita, liberarsi delle pesantezze della materia e muovere verso le assemblee eterne.
Arrivarvi è proprio dei santi. Là canteremo a Dio quella lode che, come ci dice la lettura profetica, cantano i celesti sonatori d'arpa: «Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti. Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo. Tutte le genti verranno e si prostreranno dinanzi a te» (Ap 15,3-4).
L'anima dovrà uscire anche per contemplare le tue nozze, o Gesù, nelle quali, al canto gioioso di tutti, la sposa è accompagnata dalla terra al cielo, non più soggetta al mondo, ma unita allo spirito: «A te viene ogni mortale» (Sal 64,3).
Davide santo sospirò, più di ogni altro, di contemplare e vedere questo giorno. Infatti disse: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore» (Sal 26,4).
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martedì 16 ottobre 2012
Dostoevskij, estratto da L'adolescente
Una breve parte del dialogo tra Andrey Petrovic (Versilov) e il figlio Arkadij Makarovic, nella parte finale de "L'adolescente", penultimo romanzo dello scrittore russo, pubblicato nel 1875.
Considerazioni e ripensamenti dopo la "morte di Dio".
Considerazioni e ripensamenti dopo la "morte di Dio".
<<Mi immagino, mio caro>> cominciò con un sorriso pensieroso <<che la battaglia sia già finita e la lotta si sia calmata. Dopo le maledizioni, le zolle di fango e i fischi è cominciato il silenzio, e gli uomini sono rimasti soli come desideravano: la grande idea di prima li ha lasciati; quella grande sorgente di forze che li ha nutriti e scaldati fino ad allora è sparita, come quel grandioso sole al tramonto nel quadro di Claude Lorrain, ma è già come se fosse l'ultimo giorno dell'umanità. E gli uomini a un tratto capiscono di essere rimasti assolutamente soli e di colpo sentono una grande povertà. Mio caro ragazzo, io non sono mai riuscito a immaginare gli uomini ingrati e istupiditi. Gli uomini rimasti orfani prenderebbero subito a stringersi l'un l'altro con più forza e amore; si afferrerebbero per la mano, comprendendo di esser rimasti soli l'uno per l'altro. La grande idea di immortalità, in tutti si rivolgerebbe verso la natura, verso il mondo, verso la gente, verso ogni erbetta. Prenderebbero ad amare la terra e la vita irresistibilmente e nella misura in cui si renderanno gradualmente conto della propria transitorietà e caducità, e di un amore particolare, diverso dal precedente. Si metterebbero a osservare e scoprirebbero nella natura fenomeni tali e tali segreti che prima non avevano neppure supposto, giacché guarderebbero la natura con nuovi occhi, con lo sguardo dell'innamorato verso l'amata. Svegliandosi correrebbero a baciarsi l'un l'altro, affrettandosi ad amare, coscienti che i giorni sono brevi e che ciò è tutto quel che rimane loro. Lavorerebbero l'uno per l'altro, e ognuno darebbe a tutti il suo, e sarebbe felice solo di questo. Ogni bambino saprebbe e sentirebbe che ciascuno sulla terra è per lui come un padre e una madre. "Sia pure domani il mio ultimo giorno" penserebbe ciascuno guardando il sole al tramonto "fa lo stesso: morirò io, ma rimarranno tutti loro, e dopo di loro i loro figli", e questo pensiero, che rimarranno gli altri a continuare ad amarsi e a trepidare l'uno per l'altro, sostituirebbe quello dell'incontro dopo la morte. Oh, si affretterebbero ad amare per soffocare la grande tristezza dei loro cuori. Sarebbero orgogliosi e audaci per se stessi, ma diventerebbero timorosi l'uno dell'altro; ognuno trepiderebbe per la vita e la felicità dell'altro. Diventerebbero dolci l'uno con l'altro, senza vergognarsene, come ora, e si accarezzerebbero l'un l'altro come bambini. Incontrandosi si guarderebbero l'un l'altro con uno sguardo profondo e comprensivo, e nei loro sguardi ci sarebbe amore e tristezza...
<<Mio caro>> si interruppe a un tratto con un sorriso <<tutto questo è una fantasia, addirittura assai inverosimile; ma io me la sono immaginata ormai troppo spesso, perché per tutta la vita non ho mai potuto vivere senza di essa, e non pensarci. Non parlo della mia fede: la mia fede non è grande, sono un deista, un deista filosofico, come tutti noi mille, suppongo ma... ma è notevole che finissi sempre il mio quadretto con una visione come quella di Heine, di "Cristo sul mar Baltico". Io non posso farne a meno, non posso figurarmelo, infine, in mezzo agli uomini rimasti orfani. Si avvicina a loro, tende loro le mani e dice: "Come avete potuto dimenticarlo?". E qui è come se dagli occhi di tutti cadesse un velo e si leva il grande inno trionfale di una nuova e ultima resurrezione...>>
Fedor Dostoevskij, L'adolescente, Mondadori. pp. 549-550
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