Se mettiamo insieme lo spettacolo di queste Olimpiadi con i
dati sulla disoccupazione giovanile, ci accorgiamo subito che la nostra società
ama la gioventù, non i giovani. E mentre apprezza sempre più i valori associati
alla giovinezza, alla wellness e la forma fisica, capisce sempre meno e disprezza
i valori, che pur sono tanti, della vecchiaia, che cerca in tutti i modi di
eclissare o di allontanare dal suo orizzonte, che così si impoverisce e si
intristisce. Una civiltà che non valorizza gli anziani e non sa invecchiare è
stolta come lo quella che non capisce e valorizza i veri giovani: la nostra
società è la prima che sta sommando queste due stoltezze. Che la nostra cultura
non ami i giovani lo si vede da come li tratta nel mondo del lavoro, nelle istituzioni,
nei partiti politici, dove i giovani sono sempre più assenti e tenuti distanti.
È questo il paradosso di un mondo adulto che
vorrebbe restare giovane e di giovani che non riescono a diventare adulti,
determinando così una patologia sociale che complica la vita degli adulti e dei
giovani. Mia madre non hai vissuto il Sessantotto, sebbene avesse 25 anni, e
perché nella campagna marchigiana non esisteva ancora la gioventù. Certo
esisteva l’età biologica corrispondente, i giovani si innamoravano e sognavano;
ma non c’era quella sorta di categoria o gruppo sociale che oggi chiamiamo
"gioventù": questa l’hanno in un certo senso inventata il rock, il
Beatles e il Sessantotto. Prima con il matrimonio o con il militare si passava
direttamente da ragazzi ad adulti. Quella della gioventù è stata una delle più
grandi invenzioni sociali della storia, che ha cambiato società, politica,
economia. Oggi però è urgente re-inventare la vita adulta, perché finché non si
lavora davvero non si è pienamente adulti, perché non inizia effettivamente
l’età della responsabilità, compresa quella alta forma di responsabilità
individuale e sociale che ci si assume sposandosi. E un lavoro che arriva
tardi, e che – se e quando arriva – è troppo spesso insicuro, frammentario, precario
e fragile, non fa altro che alimentare artificialmente e prolungare una
giovinezza oltre i suoi orizzonti biologici. Tutto ciò fa perdere al mondo
dell’economia e delle istituzioni l’energia vitale e morale fondamentale che
proviene dai giovani, e rende per questi accidentato e troppo rischioso quel
processo e passaggio fondamentale che dallo studio dovrebbe portare, presto, al
lavoro vero.
Non è semplice uscire da questa trappola epocale e
collettiva. Ma dobbiamo innanzitutto vederla, e poi rifletterci di più, adulti
e giovani assieme, e a tutti i livelli. Certamente occorre ripensare, e
profondamente, il significato del lavoro e del lavorare per un giovane oggi. Ci
sono due tradizioni consolidate che oggi vanno cambiate. La prima è la radicata
convinzione che un giovane quando sceglie di intraprendere un indirizzo di
studio dovrebbe chiedersi di che cosa il mercato del lavoro ha bisogno, e
quindi scegliere di conseguenza. Questa pratica di buon senso, che forse
funzionava in un mondo più statico e tradizionale, sta progressivamente
perdendo qualsiasi rilevanza effettiva, anche se facciamo fatica ad
accorgercene, imprese e famiglie. La probabilità che esista una correlazione
significativa tra la mia scelta di oggi e il mio lavoro tra 5-7 anni è sempre più
bassa, per le semplici ragioni che in questo lasso di tempo cambia troppo
velocemente il mondo economico, e cambio molto velocemente anch’io. Quando un
amico mi chiede qual è la facoltà migliore per il proprio figlio, rispondo con
sempre maggiore convinzione: «È quella che più ama e per la quale si sente
portato; e se tuo figlio/a non lo sa ancora, dedicagli più tempo, ascoltalo,
ascoltala, e soprattutto invitala ad ascoltarsi con più attenzione e più in
profondità. E poi, qualsiasi scelta faccia, la sola cosa davvero importante è
che studi bene e seriamente». Non si può scegliere di intraprendere una
professione soltanto, o soprattutto, perché il mercato tra qualche anno avrà,
forse, bisogno di qualcosa, e quando pensiamo e agiamo così finiamo senza volerlo
per assomigliare ai servi se non agli schiavi. La ricerca genuina della propria
vocazione nella vita e nel lavoro è la ricerca più importante dell’intera
esistenza.
È qui però che va introdotto il secondo
cambiamento culturale, che completa questo primo discorso, che riguarda il
rapporto che dobbiamo imparare ad avere con gli studi e con i titoli. Un
consiglio che dovrebbe essere dato, soprattutto in questa età di crisi, a un
neo-laureato è il seguente: «Non far diventare il titolo appena conseguito un
ostacolo. Considera quanto studiato soprattutto un investimento su di te, che
ti sarà utilissimo per la tua libertà e felicità, ma non farlo diventare una
pretesa per accettare solo i lavori che tu consideri adeguati. Se riesci a
trovare subito il lavoro che senti come tuo e per cui hai studiato, bene; ma se
non lo trovi subito accetta qualsiasi lavoro che sia utile alla società e a chi
ti remunera; ma mentre lavori con serietà e impegno non smettere di coltivare
le sue speranze profonde, i tuoi sogni, il tuo daimon».
Il "mercato del lavoro" di domani sarà
sempre meno legato ai titoli di studio e sempre più alla nostra capacità di
rispondere e anticipare i bisogni e i gusti degli altri, dimostrando ai nostri
interlocutori che, qui ed ora, abbiamo qualcosa di valido e utile da scambiare
con loro, in rapporti di mutuo vantaggio, dignità e reciprocità.
Avremo presto giardinieri umanisti, artigiani con
il dottorato, imprenditori filosofi, e gli anni di studio e i titoli saranno
soprattutto investimenti in libertà, opportunità e cultura, e sempre meno
associati al "pezzo di carta" e al posto di lavoro. Queste
trasformazioni sono molto profonde e complesse, e non dobbiamo lasciare i
giovanida soli ad attraversare questo guado. Altrimenti continueremo ad amare
la giovinezza, ma a rendere molto difficile il futuro e il presente dei nostri
giovani.
Luigino Bruni, da Avvenire, 12 agosto 2012