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martedì 20 maggio 2014

Soli Deo

Eminenza, che effetto Le ha fatto vedere in mezzo a voi il papa emerito Benedetto XVI?
«È stato un momento di commozione, non solo di emozione. Anche perché ha voluto lui sedere su una sedia semplice accanto ai cardinali, e non c’è stato verso di fargli cambiare posizione. Il decano Angelo Sodano mi ha detto di avere “combattuto” per fargli assegnare un posto degno, come era logico. Ma ha perso questa “battaglia”: Benedetto XVI aveva già un’intesa con papa Francesco per sedersi semplicemente in un angolo. E infatti era in un angolo, davanti ma in un angolo».

Come avete reagito quando lo avete incontrato?
«Tutti i cardinali si sono subito portati verso di lui per poterlo salutare, ed era divertente vederli che si spingevano l’un l’altro come dei ragazzi per arrivare a Benedetto XVI. È stata una nuova fiammata d’amore per il Pontefice emerito».

Quando Bergoglio è andato a salutarlo, Ratzinger si è tolto lo zucchetto: che significato ha quel gesto?
«È un segno di rispetto e umiltà. Zucchetto in spagnolo si dice “solideo”, cioè “al solo Dio”: lo si leva soltanto a Dio o al suo rappresentante. Anche questa è stata una scena toccante».

Come ha trovato Ratzinger?
«In buona salute, con un volto riposato, sereno, e come sempre amichevole, aperto: chiedeva a tutti “come stai?”, sempre con la sua mitezza e semplicità».

Testo tratto da un intervista a S. E. Card. Lajolo da vaticaninsider.it

giovedì 14 marzo 2013

PAPA FRANCESCO

« Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. Ed io ti dico: Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del Regno dei Cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli. » 
(Matteo 16, 17-19)

mercoledì 13 febbraio 2013

CARO PAPA

La logica del mondo, la logica di Dio
(articolo di Alessandro D'Avenia, tratto dall'Editoriale di Avvenire, n.37 del 13 Febbraio 2013)

Caro Papa,
manca un accento all'ultima lettera di questo tuo nome, Papa, e verrebbe fuori un'altra parola. La parola che ogni figlio pronuncia migliaia di volte nella vita e che un figlio di Dio ha la fortuna di pronunciare molte più volte perché, alla fine, la vita cristiana è imparare a dire abbà, papà, a Dio.
Alla notizia della tua rinuncia ho avuto paura. Ho provato lo stesso dolore per la morte di Giovanni Paolo II: allora avevo 28 anni e mi sentii orfano, piansi come chi ha perso un padre.
Lunedì mi è successo lo stesso. Mi sono sentito orfano. Tu avevi deciso di non essere più Papa. Un altro padre mi veniva meno. E' il dolore di un figlio che ha ricevuto moltissimo. Ho seguito il tuo pontificato sin dal momento in cui ti sei affacciato per la prima volta dal balcone (abitavo a Roma allora). Ho letto i tuoi scritti, mi sono nutrito delle tue parole sempre profonde e stranamente semplici per un professore di teologia, perché fondate sul rapporto vero con Dio (quanto gelo nelle parole di alcuni pastori che capita di ascoltare...).
In questi anni in cui la fede è spesso messa alla prova, dileggiata, fraintesa, tu hai fatto da parafulmine a molte critiche. Le hai prese tutte su di te. Non te ne importava niente di essere colpito. Sono beati quelli che vengono colpiti a causa di Cristo e chissà quanta della sporcizia che c'è nella Chiesa è stata gettata su di te per il fatto di essere quel padre di famiglia che è il Papa. Tu hai sempre dimostrato e chissà con quanto dolore, dal discorso di Ratisbona a quello sul matrimonio, che l'unico consenso che t'interessa è quello di tuo Padre Dio, cioè della verità, del logos. Per questo ho avuto paura quando hai annunciato la tua rinuncia. Sul momento mi è sembrato un tirarsi indietro. Se ti tiri indietro anche tu, che sei il Papa, che fine facciamo noi? Ho ripensato a una tua frase che mi porto nel cuore: <<Fedeltà è il nome che ha l'amore nel tempo>>. Me la ricordo tutte le volte che il mio e l'altrui amore è messo alla prova e devo aggrapparmi con tutte le forze all'Amore che muove tutti gli altri amori, oltre che il sole e le altre stelle. In questi anni la mia fede si è rafforzata grazie a quel logos cortese, fermo e caldo che tu sai infondere alle parole che usi, come (tanto per fare un esempio) queste che ho letto qualche giorno fa: <<Dio, con la sua verità, si oppone alla molteplice menzogna dell'uomo, al suo egoismo e alla sua superbia. Dio è amore. Ma l'amore può anche essere odiato, laddove esige che si esca da se stessi per andare al di là di se stessi. L'amore non è un romantico senso di benessere. Redenzione non è wellness, un bagno nell'autocompiacimento, bensì una liberazione dall'essere compressi nel proprio io. Questa liberazione ha come costo la sofferenza della Croce>>.
Ripensando alla tua frase, leggendo queste parole, le tue "dimissioni" mi sembravano incomprensibili e mi hanno gettato nello sgomento. Mi sono sentito solo. A che serve difendere la propria fede se poi anche il Papa si tira indietro. Poi a poco a poco l'emotività ha lasciato lo spazio al logos appunto, alla verità, a Cristo, e una grande pace è tornata nel cuore. 
Dovevo andare oltre il codice d'interpretazione soggettivo, emotivo, mondano. Rinunciare rappresenta un fallimento per il mondo, è un gesto di debolezza per il mondo, nel quale si "è" solo se ci si afferma, a ogni costo. La logica della debolezza non è del mondo. Del mondo è la logica del potere e dell'egoismo. Per questo il tuo gesto è un gesto di libertà dall'io e non di fuga da Dio, nel quale ti vuoi rifugiare del tutto per continuare a sostenere la Chiesa più e meglio. Con questo gesto fai trionfare una logica diversa, un logos diverso. Quello di chi sa che la sua preghiera silenziosa vale tanto quanto la sua azione, e lascia quest'ultima a chi può meglio di lui portarla avanti. Doveva suonare allo stesso modo, fastidiosa e inspiegabile, la frase di Cristo ai suoi: <<E' bene che io me ne vada perché venga a voi un altro consolatore>>.
Anche Cristo sembra tirarsi indietro, ma così vince: lascia lo spazio alla potenza dello Spirito, non si lascia legare neanche dalla sua condizione umana, dà tutto, anche quella, si espropria di tutto se stesso, perché come tu hai spiegato nel tuo libro più bello, "essere cristiani" è "essere per". Egli pone nelle mani dei suoi il compito di continuare le sue opere e afferma che ne faranno anche di più grandi delle sue. Ti ringrazio, caro Papa, per tutto il logos che ci hai donato e ci donerai sino al 28 febbraio, da Papa, ma anche per il logos che ci donerai dopo, nel silenzio che il mondo già chiama sconfitta, sotterfugio, fuga, e che è invece vittoria. Non mi sento più solo, perché ancora una volta mi hai aiutato a guardare all'unica cosa che conta, l'unica di cui c'è bisogno, il Logos stesso. Una sola cosa ti chiedo. Non dare le dimissioni dalla scrittura. Continua a nutrire la nostra fede con il tuo logos. Non farlo sarebbe dare le dimissioni da un talento e il Vangelo parla chiaro in merito.


venerdì 17 agosto 2012

per molti o per tutti?

“Questo è il mio sangue versato per voi e per tutti”: dice così l’attuale formula della consacrazione del vino in traduzione italiana. I nostri vescovi vorrebbero mantenerla ma il Papa chiede che si adotti una traduzione letterale del testo latino, che ha “pro vobis et pro multis”. Ne è nata una disputa che vede anche altre proposte, in sostituzione dell’attuale “tutti”, che è una traduzione interpretativa: “per la moltitudine”, “per moltitudini”, “per moltitudini immense”.
Il dibattito ha più di quarant’anni e risale alle traduzioni del Messale Romano nelle lingue moderne, all’indomani del Vaticano II. Quella italiana fu approvata da Paolo VI nel 1971. La questione è stata riproposta da Papa Benedetto con una lettera ai vescovi della Germania che ha la data del 14 aprile di quest’anno, con la quale si rifaceva a una lettera circolare inviata nel 2006 dalla Congregazione per il Culto alle Conferenze episcopali dei Paesi dov’era stata adottata la traduzione “per tutti” per invitarle a rimediare e a preparare i fedeli al cambiamento.
Per intendere la questione è necessaria una premessa filologica. Questa era la formula latina tradizionale: «Hic est enim Calix Sanguinis mei Novi et Aeterni Testamenti: qui pro vobis et pro multis effundetur in remissionem peccatorum». Che in italiano è stata così tradotta: «Questo è il Calice del mio Sangue per la Nuova ed Eterna Alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati». Il «per tutti» dell’italiano corrisponde al tedesco «für allen», all’inglese «for all», allo spagnolo «por todos los hombres». Non in tutte le lingue c’era stata quella variazione interpretativa. In francese per esempio si dice «pour la multitude».
Papa Benedetto già nel luglio del 2005 (tre mesi dopo l’elezione) aveva fatto consultare sulla questione le Conferenze episcopali di tutto il mondo e aveva tirato la conclusione della necessità del cambiamento. Chi si era opposto alla decisione papale aveva espresso il timore che i fedeli non capissero il nuovo testo o lo interpretassero nel senso di una «restrizione» del numero dei salvati.
La lettera del Papa ai vescovi della Germania ovviamente vale – nella sostanza – per gli episcopati di tutto il mondo che sono alle prese con analoghe traduzioni “inclusive” e dunque anche per il nostro. Benedetto nella lettera rifà la storia della traduzione “per tutti”, si appella alla più recente traduzione “unificata tedesca” della Bibbia – cioè condivisa da cattolici e protestanti – che è tornata al “per molti” e conclude: «La traduzione di “pro multis” con “per tutti” non è stata una traduzione pura, bensì un’interpretazione, che era, e tuttora è, ben motivata, ma è una spiegazione e dunque qualcosa di più di una traduzione». E’ dunque necessario che essa venga «sostituita dalla semplice traduzione ‘per molti’».
In obbedienza alle direttive papali già i vescovi statunitensi hanno adottato la traduzione “for many”. In tedesco sta per arrivare il “für viele” voluto dal Papa tedesco. I nostri vescovi – generalmente in prima fila nel seguire i desiderata papali – in questa occasione sono tra i renitenti e si mostrano affezionati al “per tutti”, se non altro al fine di risparmiarsi le obiezioni dei partecipanti alle celebrazioni, che direbbero: “Si cambia di nuovo?”
Nel novembre del 2010, in una votazione su questa richiesta del Papa, 171 nostri vescovi votarono “no”, 11 “sì”, mentre solo 4 furono quelli che proposero “per la moltitudine”. Ed è oggi verosimile che siano quei quattro ad averla vinta: la soluzione alla francese sta infatti guadagnando terreno tra i nostri studiosi. Sono già almeno tre le voci di biblisti e teologi che la propongono con argomentazioni convergenti.
Il primo dei due specialisti, Francesco Pieri, prete di Bologna e professore di liturgia e greco biblico, propone – nel volume appena uscito “Per una moltitudine”. Sulla traduzione delle parole eucaristiche (EDB) – “per la moltitudine”. Il secondo studioso, Silvio Barbaglia, prete di Novara e professore di esegesi, suggerisce “per moltitudini” con un intervento sulla rivista “Fides et Ratio” intitolato «Per tutti» oppure «per molti»?.
Il teologo è Severino Dianich, prete di Pisa, che firma l’introduzione al volume di Pieri invitando a prestare attenzione alla proposta dello studioso bolognese. Tra i favorevoli alla soluzione “francese” vanno poi segnalati la rivista “Il Regno” che per prima lo scorso maggio ha ospitato la tesi del Pieri e il sito “Cantuale Antonianum” – di liturgia e canto liturgico – che ora recensisce le proposte Pieri e Barbaglia e ne avanza una sua: “per le moltitudini”.
Per Pieri “una soluzione per avvicinarsi alla lettera della formula senza tradirne il senso è rappresentata dalla felicissima traduzione del messale francese, ‘pour la multitude’, che sarebbe senza difficoltà adottabile in italiano e probabilmente anche nelle altre lingue romanze: ‘per la moltitudine’ o se si preferisce ‘per una moltitudine’: una tale traduzione, più vicina alla lettera del messale romano di quella attualmente in uso, aiuterebbe a dischiudere a un maggior numero di fedeli il cuore stesso di quella preghiera eucaristica con la quale per oltre un millennio e mezzo l’Occidente ha celebrato la messa, professando la propria fede e alimentando la propria devozione”.
“Credo – scrive il Barbaglia – che l’espressione letterale più corretta che renda il senso innovativo dato dalla redazione liturgica sia: ‘per voi e per moltitudini’. Ma l’espressione ‘pro multis’ potrebbe anche essere resa con due termini invece di uno: attraverso un sostantivo che esprima l’idea della moltitudine, accompagnato da un aggettivo che ne sottolinei la dimensione ‘in-definita’. L’aggettivo della lingua italiana – proveniente dalla lingua latina – che meglio esprime tutto ciò è ‘immenso’, che significa ‘senza misura’: esattamente la dimensione di ciò che non è delimitato o definito. L’esito dell’analisi qui condotta sarebbe dunque “per voi e per moltitudini immense”.
Luigi Accattoli - da "La Lettura" del Corriere della sera - 12 Agosto 2012

giovedì 19 aprile 2012

Se tutto crolla, forse è perché abbiamo edificato sulla sabbia

La pala eolica che, solitaria, s'ergeva sul nostro crinale è crollata schiantandosi sulla boscaglia. Per lo più immobile, nella sua superba inutilità, si stagliava contro il cielo come feticcio dei nuovi tempi già malandati. Monito per valligiani e turisti: «Convertitevi alla green economy, coltivate pannelli solari, innalzate pale, sacrificate al sole e al vento e sarete beneficiati da sussidi economici e onori mediatici». Qualche volta funzionava ed era la materializzazione di un incubo aereo, un vorticare metallico, un sordo affettare che attanaglia calando dall'alto. Una dichiarazione di guerra alle creature correlata da una serie di aggettivi accattivanti: dolce, sostenibile, pulita, rinnovabile. Come la morte? La nostra pala eolica è crollata ieri, in un giorno di primavera durante una bufera, sei mesi dopo la sua comparsa. Tecnici e managers dell'installazione invocano, a loro difesa, un inverno particolarmente rigido che avrebbe leso il basamento e un vento particolarmente furioso a completare il danno. Solo per l'uso di quel «particolarmente» meriterebbero una condanna esemplare: l'inverno per sua natura può essere rigido e il vento furioso, saperlo è obbligatorio, invocarlo a propria discolpa equivale a reclamare doverosa punizione. Per la manifesta incapacità, l'incuria nel costruire, il risparmio sui materiali fino alla frode, posso solo rallegrarmi, avessero fatte le cose per bene sarebbe ancora lì e chissà per quanto. Più si incupisce il mondo tra crisi economica e inconsistenza politica, più risulta evidente che abbiamo costruito sulla sabbia e si persevera. L'ostentazione di buoni sentimenti e rettitudine morale non basta a penetrare un mistero che contempla il male, il dolore, la caducità dell'umano operare. D'altra parte chi lenisce la propria disillusione con cinismo ed arroganza non può cogliere quanto di bene, quanto di bellezza e meraviglia la vita offre, comunque, e per quanto possa considerarsi libero ed autosufficiente non fa che offrire il proprio legame al nulla, al senza senso; la religione del nichilismo. Ognuno in cuor suo sa, almeno una volta nella vita è stato consapevole, che al di là di ogni dimensione esterna c'è una condizione umana che ci interroga aprendo uno spiraglio sul mistero della vita. Per fare di questo spiraglio un punto di vista, uno sguardo quotidiano poi un procedere sul cammino, c'è necessità di maestri, buoni insegnamenti, di esempio. Io ho trovato nell'allora cardinale Joseph Ratzinger, nei suoi libri, ciò che cercavo; sempre cadendo, rialzandomi, cadendo, sempre bisognoso di perdono. Il mio maestro, salito al soglio pontificio, è oggi il santo padre Benedetto XVI; la luminosità del suo sguardo, la dolcezza del suo gesto sono il sigillo della grazia che pervade il suo celebrare, l'operare, ogni sua parola. Per quanto indegno non posso non unirmi alla gioia di tutti coloro che, domani 16 aprile, festeggeranno il suo ottantacinquesimo compleanno rendendo grazie a Dio per la sua presenza tra di noi.
Giovanni Lindo Ferretti, da Avvenire, 15 aprile 2012