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giovedì 22 novembre 2012

"Non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata" *

Chi si lascia prendere dalla paura, perde ogni fiducia e speranza: chiude gli occhi sul presente e si rifugia nel passato. Per lui il presente non è maturazione, ma uccisione del passato.

Ma è vano vivere nel sogno dei bei tempi d’oro che non ci sono più (né mai ci sono stati!).

Peggio ancora è voler fare del presente, addirittura del futuro, una riedizione del passato. Si vive in lotta perpetua con ciò che c’è, in un vaneggiamento che fa veder ciò che non c’è più né mai ci sarà.

In realtà c’è sempre e solo il presente. Ed è il tempo migliore che ci sia: è l’unico che c’è, il solo affidato alla nostra libertà. In esso possiamo assumere il passato come frutto e il futuro come seme, che a sua volta darà nuovo frutto per nuovo seme, garanzia di vita senza fine.

Se non accettiamo il presente, litighiamo contro di esso per rianimare un passato morto. E ci precludiamo il futuro, vita possibile del presente.

  
Silvano Fausti, Elogio del nostro tempo, Àncora, 2006.

* Luca 19, 44.

martedì 22 maggio 2012

MILANO






2 
Quante volte, Milano/dalla mia terra più dolce/sono arrivato davanti al tuo volto/piatto, senza respiro. E' il tempo dell'amore duro,/è notte, solo notte, è dignità/di sguardi che sanno d'averla/perduta, è il viale dove scendo/come bestia che è pazza a cercare/l'asfalto nero, rapidoe luminoso di pioggia come/uno stordimento./ Pioggia anche la mattina/giù dai vetri larghi al supermarket,/acqua sentita per un istante,/una stretta nel cuore all'uscita/dalle porte a cellula di luce/e giù la testa, di corsa/fino all'entrata confusa nell'auto/tra l'odore dei vestiti bagnati/e la carezza gelida del cellophàn./ Devo scordarmi di lei,/scesa per le scale/del metrò, senza più bellezza per me,/devo scordarmi di me, chiuso/in auto a guardarla senza più pensiero./Devo scordarmi quel tuo nero, Milano,/e il vaniloquio del traffico/sotto l'acqua, e il giorno e l'ora,/scoprire che non c'era/né diritto né speranza, e neanche/amore, ma furore, solo dolce/e demente furore./ Quante volte dalla mia terra più calma/sono venuto al tuo inferno./Mi conoscono i fedeli dei chioschi notturni,/illuminati come stelle gelate, le mosche/che sembrano i maghrebini, i turchi/che stanno intorno a trafficare, ad aver pace./Quante volte sono venuto al tuo inferno,/Milano, a inaugurarlo./E se quella notte speravo in una notte/più calma e di risentire il mare/non era per predare, non era/per gettare il capo in un bianco fuoco,/ma era per avere quiete, quiete/se non amore, quiete un poco./

(da Il Bar del Tempo, Davide Rondoni)







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