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lunedì 24 febbraio 2014
martedì 18 dicembre 2012
Hanno perseguitato Cristo, oggi perseguitano i Cristiani
Se avessi scritto: “Venne tra la sua gente, ma i
suoi non lo hanno accolto” (cfr Gv 1,11), sarei stato meno efficace.
A uccidere i Cristiani cominciò l’Impero Romano, che pur tollerava tutti i culti; e lo fece non certo
perché fossero criminali, o perché non riconoscessero l’autorità imperiale.
Molti cristiani infatti militavano nell’esercito, con giuramento di fedeltà, e
secondo la mentalità del tempo erano pronti a difendere dai “barbari” il “limes”, cioè il confine dell’Impero.
È vero
che i persecutori facevano girare su di loro le più strane storie, come
l'accusa di sacrificare bambini e berne il sangue, ma queste erano dovute al
fatto che i “misteri” erano rivelati solo agli iniziati (e l’accusa del Sangue
derivava da una errata comprensione del sacrificio dell’Eucaristia, nel quale
sotto le apparenze del pane e del vino si offre il Sangue di Cristo).
Allora perché Roma si sentiva minacciata da loro?
Perchè i seguaci della nuova religione, pur servendo
fedelmente Roma, non le riconoscevano un valore assoluto e divino, che
riservavano solo a Cristo Dio.
In una parola i cristiani erano - e sono - coloro che
al di sopra di ogni valore mettono Gesù.
Ciò non li porta a cercare un altro mondo né a disprezzare le cose della vita terrena, ma a non prenderne mai alcuna come totalizzante. In più ritengono che il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, non possano essere stabiliti dagli uomini, neanche con l’autorità che proviene dalla maggioranza, ma solo da Dio attraverso la legge naturale.
Ciò non li porta a cercare un altro mondo né a disprezzare le cose della vita terrena, ma a non prenderne mai alcuna come totalizzante. In più ritengono che il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, non possano essere stabiliti dagli uomini, neanche con l’autorità che proviene dalla maggioranza, ma solo da Dio attraverso la legge naturale.
Ieri
contestavano all’Imperatore di ritenersi un essere divino e di poter agire a
suo arbitrio, oggi parlano di “valori non negoziabili”. Vanno sempre oltre le soluzioni immediate (per
esempio “l’amore mi porta a convivere” o “col divorzio mi rifaccio una vita”).
Dicono
sempre: “Va bene però... bisogna guardare ciò che dice Dio”, in quanto Lui solo è l’Assoluto. Ed
è questo “però” che infastidisce, perché il
riferimento a Dio sembra impedire l’esercizio della libertà.
È facile
accorgersi, come notano gli storici delle persecuzioni romane, che per gli
imperatori, i quali ritenevano se stessi “divini” (facendosi così molto più
simili al modello dei tiranni orientali, e rinunciando di fatto a quello della
Roma Repubblicana guidata dal Senato), i Cristiani fossero una minaccia.
La persecuzione della Roma antica è per molti aspetti simile
alla cristianofobia che oggi pervade l’occidente. Essa qui in Europa non
sopprime materialmente, ma opera una discriminazione culturale che emargina la
fede cristiana e di fatto la uccide, presentandola come superata, vecchia e
nemica dell’uomo.
Guai se i
cristiani affermano che Dio ha dei diritti anche nella vita sociale (il Regno
Sociale di nostro Signore Gesù Cristo; cfr. enciclica “Quas
primas” di Pio XI), o difendono il matrimonio naturale con la
sua complementarietà di sessi.
Guai se
proclamano che l’amore maturo non è solo attrazione affettiva o pura ricerca di
piacere, ma impegno ufficialmente preso di mutua donazione e di procreazione.
Ancor
peggio se ricordano alla nostra società materialista che non basta riempire
l’uomo di cose, servizi, centri di benessere, sport o della demagogia dei
diritti, ma è indispensabile fargli intravedere un fine che vada al di là dei
suoi 80 anni di vita.
Negli
ultimi due secoli, l’uomo occidentale inebriato di ragione immanente, si è
convinto di essere “divino” cioè autore col suo pensiero e con la dittatura del
numero, della sua auto-salvezza. E quando uno è convinto di salvarsi da solo,
non ha più bisogno di un Salvatore. Chi gliene parla diventa anacronistico e a
lungo andare odioso.
Per i cristiani a Natale l’Unico Salvatore torna nel
mondo e, a costo di essere perseguitati, Lo vogliono accogliere.
Don Giorgio Bellei
articolo tratto da qui.
venerdì 23 novembre 2012
MA IN COSA SPERA IL CRISTIANO?
Quando andiamo a lavorare,
speriamo di guadagnare bene, quando usciamo la sera, speriamo di divertirci,
quando stiamo male, speriamo di guarire, anche quando viviamo la nostra
sessualità abbiamo delle speranze.
Ma in cosa spera il cristiano?
Ma in cosa spera il cristiano?
In Dio e nella vita eterna!
Eppure in pochi si attentano a dirlo, a volte
neanche io, quando mi sento dire che
l’unica cosa che conta è la salute.
Non si afferma più che l’unica
speranza duratura è la vita eterna perché un maestro del sospetto ha insinuato
che i cristiani parlando di al di là, dimenticano l’al di qua e sperando nei
beni futuri non lottano più contro le ingiustizie presenti. È questa la vecchia
teoria della religione come oppio dei popoli del mio nemico Karl
Marx.
A dire il vero qualche ragione
questo signore ce l’ha, in quanto il cristianesimo è anche una esperienza
religiosa storica ed è legato con la vicenda umana. Il cristiano non può
ignorare i drammi e le sofferenze nei quali si trova l’umanità del suo tempo.
Se tuttavia questa dimensione, di
per sé assolutamente corretta, viene assunta come l’elemento centrale del
cristianesimo, allora la vita eterna non è più così importante.
Ma è proprio necessario per il cristiano credere ed aspettare
l’eternità? Non basta comportarsi bene e fare la giustizia qui sulla
terra? Che bisogno c’è del Cielo?
Si potrebbe rispondere che negare il futuro eterno è spesso ciò che
porta alla disperazione, al suicidio e a volte in clinica per malattie mentali.
L’uomo occidentale contemporaneo non soffre per la mancanza di beni materiali,
ma per quella di senso della vita. Ciò che dona serenità nel dolore, è l’attesa
di una vita più grande.
In più se guardiamo il Nuovo
Testamento ci accorgiamo che l’annuncio centrale, è che il Crocifisso è Risorto e che è andato
avanti in una vita nuova ed eterna. Quella di Dio da cui per altro era venuto. Questo Crocifisso morto è stato visto vivo, corporalmente vivo, per cui la sua
sequela, cioè il nostro andarGli dietro non sarà più interrotto da niente,
nemmeno dalla morte.
Ecco perché la speranza del cristiano
senza disprezzare le cose della terra, è costituita da Cristo Risorto.
Ispirati dai maestri del
sospetto, dato che Marx ha avuto dei filosofi seguaci, alcuni affermano che tutto ciò è illusione e non lo accettano,
tuttavia non si può essere cristiani accontentandosi di essere buoni e di
operare per la giustizia terrena, senza aspettare con desiderio vivo l’eternità
cioè la vita col Risorto.
Per questo dicevo nello scritto precedente, che per il cattolico, non è
innocuo, quando va a votare, scegliere
una qualsiasi visione di uomo basta che vi si garantisca la giustizia e
la bontà.
Un umanesimo che neghi la
dimensione eterna è un carcere di disperazione che chiude l’uomo solo nell’orizzonte dei suoi 80 anni di vita (i quali
tra l’altro non sono mai completamente felici) ed in più lo spinge ad essere
arbitro di se stesso commettendo le peggiori azioni di cui gli attentati alla
vita e alla famiglia sono alcuni dei malefici esempi.
Don Giorgio Bellei, parroco
Spirito Santo, Modena, articolo del 2006
mercoledì 6 giugno 2012
DIO & TERREMOTO?
Beppe
Manni, nella sua rubrica settimanale sulla Gazzetta di Modena, esprime sempre
giudizi critici contro la Chiesa e la fede dei semplici. Questo suo stile è
“ormai vecchio e datato” perché è quello di un sessantottino ideologico.
In chi lo conosce bene, come il
sottoscritto, si fa strada l’impressione che voglia gettare discredito su un
“mondo” che lui ha abbandonato, ma di cui sente ancora il fascino, perché
nonostante i difetti , presenti in tutti i raggruppamenti umani, è l’unico con
l’aria ancora fresca. D’altra parte l’acredine è sempre presente in chi ha
lasciato il sacerdozio, non per motivi umani e sentimentali, ma politici ed
ideologici.
La strumentalizzazione del terremoto ai
suoi fini propagandistici è odiosa anche perché da parte dei credenti e dei
pastori è stato chiaro da subito che non si voleva utilizzare per fini di
propaganda religiosa, la tragedia. Ne sono prova le parole del Cardinale
Caffarra che afferma che “ non si può né si deve mai cercare una causa diretta
tra peccato e disgrazia”. Nessun Vescovo né prete emiliano ha parlato di
castighi e nessuno ha mai opposto la invocazione a Dio perché ci salvi dalla
peste, dalla fame, dalla guerra e dal flagello del terremoto, alla operosità
dell’uomo e alla sua solidarietà, per la ricostruzione.
Tutti hanno ricordato e riconosciuto
l’autentico servizio e la carità dei cittadini e dei corpi preposti alla
assistenza e alla protezione.
Odioso è anche l’opporre Vescovo a Vescovo
e infantile è il basare questa differenza sul tipo di abito indossato. Anche
l’arcivescovo Lanfranchi alla veglia di Finale si è presentato con quei segni
che di fronte ai fedeli lo qualificano per quello che è. Il primo dei ministri
e dei segni di Cristo . Quegli abiti dicono che la Chiesa è vicina e che Dio
non abbandona mai.
Tra l’altro perché il Manni non ha
criticato le divise dei pompieri e della protezione civile, che danno la
certezza a chi soffre di non essere lasciati soli?
Qui sta il punto. Nel suo parlare solamente
umano, nel suo essere certo che Dio debba fare solo quello che vuole lui, il
nostro dimentica che ciò che la Chiesa dà, è il conforto più grande. Non che
gli altri non servano. Nell’immediato possono anche essere i più urgenti, ma
l’uomo che ha una dimensione spirituale e una chiamata all’eternità ha bisogno
di sentirsi ripetere che anche quando i monti crollano Dio è La Roccia
incrollabile.
Questo sono andati a dire i Pastori che
subito sono accorsi in supporto dei parroci che in loro nome, sono sempre li,
tra la gente, a condividere.
Ci sono inoltre nello scritto del Manni
tanti errori religiosi, come quando dice che la Divinità (lui la scrive in
minuscolo) non ferma i disastri naturali. Il Miracolo della tempesta sedata
afferma proprio il contrario.
Miracolo è certamente la solidarietà, ma
miracolo più grande è l’invito a riflettere sul significato della nostra vita e
al suo conseguente cambiamento, che a me piace chiamare conversione.
Don Giorgio Bellei
l'articolo è tratto da qui.
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