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venerdì 4 ottobre 2013

E il Verbo si fece carne*

M. I. Rupnik, San Francesco bacia il lebbroso,
San Giovanni Rotondo (FG)


Ricordatevi quello che Benedetto XVI ci ha detto:
“La Chiesa non cresce per proselitismo. Cresce per attrazione”.
E quello che attrae è la testimonianza.
San Francesco diceva ai suoi frati: “Predicate il Vangelo sempre e, se fosse necessario, anche con le parole”.
 
dal Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti al Congresso Internazionale sulla Catechesi, 27 settembre 2013

*Gv 1,14

sabato 1 giugno 2013

"La Chiesa non è un’organizzazione di cultura”


"La Chiesa non è un’organizzazione di cultura”, ma è “la famiglia di Gesù”: è quanto sottolineato da Papa Francesco nella Messa di stamani alla Casa Santa Marta. Il Papa ha ribadito che i cristiani non devono avere vergogna di vivere con lo scandalo della Croce e li ha esortati a non lasciarsi "intrappolare dallo spirito del mondo". Alla Messa, concelebrata dal cardinale arcivescovo dell’Avana Jaime Lucas Ortega y Alamino, ha preso parte un gruppo di Gentiluomini di Sua Santità.
Con quale autorità fai queste cose? Papa Francesco ha svolto la sua omelia partendo dalla domanda rivolta a Gesù dagli scribi e dai sommi sacerdoti. Ancora una volta, ha osservato, vogliono tendere “una trappola” al Signore, cercando di portarlo “all’angolo” di farlo sbagliare. Ma qual è, si chiede il Papa, il problema che questa gente aveva con Gesù? Sono forse i miracoli che faceva? No, non è questo. In realtà, ha affermato, “il problema che scandalizzava questa gente era quello che i demoni gridavano a Gesù: ‘Tu sei il Figlio di Dio, Tu sei il Santo!”. Questo “è il centro”, questo scandalizza di Gesù: “Lui è Dio che si è incarnato”. Anche a noi, ha proseguito, “ci tendono trappole nella vita”, ma ciò che “scandalizza della Chiesa è il mistero dell’Incarnazione del Verbo”. E "questo non si tollera, questo il demonio non lo tollera”:
“Quante volte si sente dire: ‘Ma, voi cristiani, siate un po’ più normali, come le altre persone, ragionevoli!’. Questo è un discorso da incantatori di serpenti, proprio: ‘Ma, siate così, no?, un po’ più normali, non siate tanto rigidi …’. Ma dietro a questo c’è: ‘Ma, non venite con storie, che Dio s’è fatto uomo! L’Incarnazione del Verbo, quello è lo scandalo che c’è dietro! Noi possiamo fare tutte le opere sociali che vogliamo, e diranno: ‘Ma che brava, la Chiesa, che buona l’opera sociale che fa la Chiesa’. Ma se noi diciamo che noi facciamo questo perché quelle persone sono la carne di Cristo, viene lo scandalo. E quella è la verità, quella è la rivelazione di Gesù: quella presenza di Gesù incarnato”.
E “questo è il punto”, ha sottolineato Papa Francesco: “Sempre ci sarà la seduzione di fare cose buone senza lo scandalo del Verbo Incarnato, senza lo scandalo della Croce”. Dobbiamo invece “essere coerenti con questo scandalo, con questa realtà che fa scandalizzare”. E’ “meglio così: la coerenza della fede”. Il Papa ha, quindi, rammentato quanto afferma l’Apostolo Giovanni: “Quelli che negano che il Verbo è venuto nella carne sono dell’anticristo, sono l’anticristo”. D’altronde, ha detto ancora, “soltanto quelli che dicono che il Verbo è venuto nella carne sono dello Spirito Santo”. Papa Francesco ha dunque affermato che “ci farà bene a tutti noi pensare questo: la Chiesa non è un’organizzazione di cultura, anche di religione, anche sociale”: 
“La Chiesa è la famiglia di Gesù. La Chiesa confessa che Gesù è il Figlio di Dio venuto nella carne: quello è lo scandalo, e per questo perseguitavano Gesù. E alla fine, quello che non aveva voluto dire Gesù, a questi – ‘Con che autorità fai questo?’ – lo dice al Sommo sacerdote. ‘Ma, alla fine di': Tu sei il Figlio di Dio?’ – ‘Sì!’. Condannato a morte, per quello. Questo è il centro della persecuzione. Se noi diventiamo cristiani ragionevoli, cristiani sociali, cristiani di beneficenza soltanto, quale sarà la conseguenza? Che non avremo mai martiri: quella sarà la conseguenza”.
Quando invece noi cristiani diciamo questa verità, che “Il Figlio di Dio è venuto e si è fatto carne”, quando noi – ha proseguito il Papa – “predichiamo lo scandalo della Croce, verranno le persecuzioni, verrà la Croce” e ciò “sarà buono”, “così è la nostra vita”: 
“Chiediamo al Signore di non avere vergogna di vivere con questo scandalo della Croce. E anche la saggezza: chiediamo la saggezza di non lasciarci intrappolare dallo spirito del mondo, che sempre ci farà proposte educate, proposte civili, proposte buone ma dietro a quelle c’è proprio la negazione del fatto che il Verbo è venuto nella carne, dell’Incarnazione del Verbo. Che alla fine è quello che scandalizza quelli che perseguitano Gesù, è quello che distrugge l’opera del diavolo. Così sia”.


Alessandro Gisott - Radio Vaticana (articolo preso da qui)

domenica 19 maggio 2013

Francesco: Non possiamo essere cristiani “part time”.



"Paolo dà fastidio: è un uomo che con la sua predica, con il suo lavoro, con il suo atteggiamento dà fastidio, perché proprio annunzia Gesù Cristo e l’annunzio di Gesù Cristo alle nostre comodità, tante volte alle nostre strutture comode - anche cristiane, no? - dà fastidio. Il Signore sempre vuole che noi andiamo più avanti, più avanti, più avanti… Che noi non ci rifugiamo in una vita tranquilla o nelle strutture caduche, queste cose, no? Il Signore… E Paolo, predicando il Signore, dava fastidio. Ma lui andava avanti, perché lui aveva in sé quell’atteggiamento tanto cristiano che è lo zelo apostolico. Aveva proprio il fervore apostolico. Non era un uomo di compromesso. No! La verità: avanti! L’annunzio di Gesù Cristo: avanti!”
"Viviamo in un’epoca in cui si è piuttosto scettici nei confronti della verità. Benedetto XVI ha parlato molte volte di relativismo, della tendenza cioè a ritenere che non ci sia nulla di definitivo e a pensare che la verità venga data dal consenso o da quello che noi vogliamo. Sorge la domanda: esiste veramente “la” verità? Che cos’è “la” verità? Possiamo conoscerla? Possiamo trovarla? Qui mi viene in mente la domanda del Procuratore romano Ponzio Pilato quando Gesù gli rivela il senso profondo della sua missione: «Che cos’è la verità?» (Gv 18,37.38). Pilato non riesce a capire che “la” Verità è davanti a lui, non riesce a vedere in Gesù il volto della verità, che è il volto di Dio. Eppure, Gesù è proprio questo: la Verità, che, nella pienezza dei tempi, «si è fatta carne» (Gv 1,1.14), è venuta in mezzo a noi perché noi la conoscessimo. La verità non si afferra come una cosa, la verità si incontra. Non è un possesso, è un incontro con una Persona”.

«Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse `Mi vuoi bene?´. Questo dolore, questa vergogna Un uomo grande, questo Pietro ... peccatore, peccatore. Ma il Signore gli fa sentire, a lui e anche a noi, che tutti siamo peccatori. Il problema non è essere peccatori: il problema è non pentirsi del peccato, non avere vergogna di quello che abbiamo fatto. Quello è il problema. E Pietro ha questa vergogna, questa umiltà, no? Il peccato, il peccato di Pietro, è un fatto che con il cuore grande che aveva Pietro, lo porta ad un incontro nuovo con Gesù, alla gioia del perdono».

(interventi di Papa Francesco alla casa S. Marta, maggio 2013)

venerdì 15 marzo 2013

LA PRIMA OMELIA DI PAPA FRANCESCO


Cappella Sistina Giovedì, 14 marzo 2013


In queste tre Letture vedo che c’è qualcosa di comune: è il movimento. 
Nella Prima Lettura il movimento nel cammino; nella Seconda Lettura, il movimento nell’edificazione della Chiesa; nella terza, nel Vangelo, il movimento nella confessione. Camminare, edificare, confessare. 
Camminare. «Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore». 
[E questa è la prima cosa] che Dio ha detto ad Abramo: "Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile". 
Camminare: la nostra vita è un cammino e quando ci fermiamo, la cosa non va.
Camminare sempre, in presenza del Signore, alla luce del Signore, cercando di vivere con quella irreprensibilità che Dio richiedeva ad Abramo, nella sua promessa. 
Edificare. 
Edificare la Chiesa. Si parla di pietre: le pietre hanno consistenza; ma pietre vive, pietre unte dallo Spirito Santo. 
Edificare la Chiesa, la Sposa di Cristo, su quella pietra angolare che è lo stesso Signore. 
Ecco un altro movimento della nostra vita: edificare. 
E terzo, confessare. 
Noi possiamo camminare quanto vogliamo, noi possiamo edificare tante cose, ma se non confessiamo Gesù Cristo, la cosa non va. 
Diventeremmo una ONG pietosa, ma non la Chiesa, Sposa del Signore. 
Quando non si cammina, [ci] si ferma. Quando non si edifica sulle pietre cosa succede? Succede quello che succede ai bambini sulla spiaggia quando fanno dei palazzi di sabbia, poi tutto viene giù, senza consistenza. Quando non si confessa Gesù Cristo, mi viene [la frase] di Léon Bloy: “Chi non prega il Signore, prega il diavolo”. Quando non si confessa Gesù Cristo, si confessa la mondanità del diavolo, la mondanità del demonio. 
Camminare, edificare-costruire, confessare. 
Ma la cosa non è così facile, perché nel camminare, nel costruire, nel confessare, a volte ci sono scosse, ci sono movimenti che non sono proprio movimenti del cammino: sono movimenti che ci tirano indietro. 
Questo Vangelo prosegue con una situazione speciale. 
Lo stesso Pietro che ha confessato Gesù Cristo, gli dice: "Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivo. Io ti seguo, ma non parliamo di Croce. Questo non c’entra. Ti seguo con altre possibilità, senza la Croce."
E quando camminiamo senza la Croce, quando edifichiamo senza la Croce e quando confessiamo un Cristo senza Croce, non siamo discepoli del Signore: siamo mondani, siamo Vescovi, Preti, Cardinali, Papi, tutti tutti... ma non discepoli del Signore. Io vorrei che tutti noi, dopo questi giorni di grazia, abbiamo il coraggio, proprio il coraggio, di camminare in presenza del Signore, con la Croce del Signore; di edificare la Chiesa sul sangue del Signore che è versato sulla Croce; e di confessare l’unica gloria: Cristo Crocifisso. 
E così la Chiesa andrà avanti. Io auguro a tutti noi che lo Spirito Santo, per la preghiera della Madonna, nostra Madre, ci conceda questa grazia: camminare, edificare, confessare Gesù Cristo Crocifisso. Così sia. 

© Copyright 2013 - Libreria Editrice Vaticana 

giovedì 14 marzo 2013

PAPA FRANCESCO

« Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. Ed io ti dico: Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del Regno dei Cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli. » 
(Matteo 16, 17-19)

giovedì 7 marzo 2013

"SONO CRISTIANO, DUNQUE MATERIALISTA"


                        Il cristianesimo, bisogna farsene una ragione, ha a che fare con questo mondo. L’accusa alla Chiesa di occuparsi dei fatti del mondo è assurda, diceva il cardinale Newman, proprio perché la ragion d’essere della Chiesa è di «impicciarsi del mondo».




Non vorrei sorprendere Rina Gagliardi, che ieri da queste colonne criticava la Chiesa cattolica accusandola «di essere in preda a una sorta di “metafisica” di tipo materialistico», ma se uno mi accusa di essere cristiano non posso prendermela a male.

E mi spiego, anche se potrà sembrare un paradosso.

Non è la prima volta che si taccia la Chiesa di eccessivo “materialismo”, la si vorrebbe più “spirituale”. Ma l'alternativa è fasulla. Proprio perché crede nell’esistenza dello spirito, dell’anima, di qualcosa non afferrabile dai nostri sensi - di cui ritiene però ragionevole, anzi necessario, affermare l'esistenza per rendere conto in modo esauriente della realtà - proprio per questo il cristianesimo è sempre stato (e sempre sarà se vorrà conservare il suo nome) profondamente materialista. Noi cristiani conosciamo lo spirito in virtù del fatto che vediamo la materia, non siamo dualistici e meno che mai manichei. L’uno senza l’altra (spirito e materia) nella specie umana non sussistono. E non siamo neanche gnostici: il mondo, la materia, il corpo non sono frutto di una caduta. Anzi, il corpo è il “tempio dello spirito”, non ci viene naturale disprezzarlo. Siamo intrinsecamente portati a valorizzarlo. Senza idolatrarlo. Anche perché gli idoli “hanno occhi e non vedono; hanno orecchie e non sentono, hanno piedi e non camminano; hanno mani e non palpano”, sono cioè, a dispetto del loro aspetto, molto poco materialisti.

Dirò di più, la vera novità del cristianesimo non è lo spirito, ma la carne. Non è l’eternità, ma la storia, non la spiritualizzazione dell'uomo ma l'incarnazione, l’ingresso di Dio nel tempo e nello spazio con un corpo umano. Da qui deriva la valorizzazione del corpo, l’attenzione al corpo, la cura del corpo, anche di quello imperfetto, contro l’idealizzazione del corpo dalla forma perfetta che portava – essendo in ultima istanza un’idea spirituale – a scartare chi alla nascita presentava gravi malformazioni o a esiliare fuori dalle mura della città, e quindi del consesso civile, i lebbrosi. C'è una solennità nella Chiesa, l'assunzione di Maria in cielo (15 agosto), che significa esattamente questo.

È da questo amore per il corpo, che è sempre singolo, concreto, personale - san Francesco d’Assisi non ha amato l’umanità, ha amato le singole persone che incontrava - che sono nati gli ospedali e l’idea di cura anche per gli “incurabili”. Questa l’origine del nome di certi reparti ospedalieri, come si viene a sapere dalla storia di san Camillo de Lellis. Così è progredita la medicina. Vale la pena curare un corpo putrescente proprio perché la persona non è solo «tutto ciò che si configura come ammasso di cellule, di potenzialità biologiche future o passate, di materia organica» (Gagliardi), ma perché quell'“ammasso di cellule” è una persona.

Non voglio qui ripetere tutta la discussione sulla disponibilità della vita, sulla vita cosciente, sulla sua dignità… che si è sviluppata intorno alla persona di Eluana, ma solo tentare di spiegare il paradosso del “materialismo” della Chiesa, che va di pari passo con quello della sua “mondanità”.

Il cristianesimo, bisogna farsene una ragione, ha a che fare con questo mondo. L’accusa alla Chiesa di occuparsi dei fatti del mondo è assurda, diceva il cardinale Newman, proprio perché la ragion d’essere della Chiesa è di «impicciarsi del mondo». C’è un passo del Vangelo che parla del premio: «La vita eterna e il centuplo quaggiù», le due cose - come l’anima e il corpo - non sono separabili e non vedo quale persona psichicamente normale potrebbe trovare interessante una così esigente proposta di vita come il cristianesimo se della vita eterna (sulla quale possiamo solo fare congetture) non fosse dato qualche anticipo sotto forma di soddisfazione intellettuale e affettiva (cioè integralmente umana) già su questa terra, se cioè il cristianesimo non avesse qualcosa da dire sulla concretezza quotidiana dell’esistenza (il che non c'entra nulla col potere temporale della Chiesa che, per fortuna, è finito). Di spiritualismo e di superstizione è già abbastanza pieno il mondo moderno perché ci si aggiunga il nostro.

                             P.S. Due nota bene sugli esempi portati da Rina Gagliardi. Il primo su quando parla dell’aborto in termini di «alternativa tra la vita della madre e quella del nascituro (scelta drammatica che, almeno in occidente, per fortuna non si pone quasi più)». Cosa vuol dire che non è più una scelta? Che uno dei due soggetti in gioco non è passibile di preferenza? Secondo. «La Chiesa ammette il ricorso ai portati più sofisticati del progresso tecnico-scientifico, come nel caso di Eluana, li vieta quando si tratta di vincere la battaglia della sterilità». Ora, nel caso di Eluana, la sofistificazione tecnico-scientifica aveva l’aspetto di un sondino alimentatore. Quanto alla sterilità, chiamiamo le cose con il loro nome: le tecniche di fecondazione artificiale non sono una “cura” della sterilità, ma un’alternativa alla sterilità. Chi ricorra alla fecondazione eterologa non guarisce dall’infertilità, resta sterile, ma si è ugualmente procurato un figlio. Così come la selezione pre-impianto o l’aborto terapeutico non mettono in essere nessuna terapia; scelgono, cioè scartano: corpi e anime.

Ah, dimenticavo, la promessa finale è quella della resurrezione dei corpi.

Ubaldo Casotto, da Il Riformista, 2009

mercoledì 13 febbraio 2013

CARO PAPA

La logica del mondo, la logica di Dio
(articolo di Alessandro D'Avenia, tratto dall'Editoriale di Avvenire, n.37 del 13 Febbraio 2013)

Caro Papa,
manca un accento all'ultima lettera di questo tuo nome, Papa, e verrebbe fuori un'altra parola. La parola che ogni figlio pronuncia migliaia di volte nella vita e che un figlio di Dio ha la fortuna di pronunciare molte più volte perché, alla fine, la vita cristiana è imparare a dire abbà, papà, a Dio.
Alla notizia della tua rinuncia ho avuto paura. Ho provato lo stesso dolore per la morte di Giovanni Paolo II: allora avevo 28 anni e mi sentii orfano, piansi come chi ha perso un padre.
Lunedì mi è successo lo stesso. Mi sono sentito orfano. Tu avevi deciso di non essere più Papa. Un altro padre mi veniva meno. E' il dolore di un figlio che ha ricevuto moltissimo. Ho seguito il tuo pontificato sin dal momento in cui ti sei affacciato per la prima volta dal balcone (abitavo a Roma allora). Ho letto i tuoi scritti, mi sono nutrito delle tue parole sempre profonde e stranamente semplici per un professore di teologia, perché fondate sul rapporto vero con Dio (quanto gelo nelle parole di alcuni pastori che capita di ascoltare...).
In questi anni in cui la fede è spesso messa alla prova, dileggiata, fraintesa, tu hai fatto da parafulmine a molte critiche. Le hai prese tutte su di te. Non te ne importava niente di essere colpito. Sono beati quelli che vengono colpiti a causa di Cristo e chissà quanta della sporcizia che c'è nella Chiesa è stata gettata su di te per il fatto di essere quel padre di famiglia che è il Papa. Tu hai sempre dimostrato e chissà con quanto dolore, dal discorso di Ratisbona a quello sul matrimonio, che l'unico consenso che t'interessa è quello di tuo Padre Dio, cioè della verità, del logos. Per questo ho avuto paura quando hai annunciato la tua rinuncia. Sul momento mi è sembrato un tirarsi indietro. Se ti tiri indietro anche tu, che sei il Papa, che fine facciamo noi? Ho ripensato a una tua frase che mi porto nel cuore: <<Fedeltà è il nome che ha l'amore nel tempo>>. Me la ricordo tutte le volte che il mio e l'altrui amore è messo alla prova e devo aggrapparmi con tutte le forze all'Amore che muove tutti gli altri amori, oltre che il sole e le altre stelle. In questi anni la mia fede si è rafforzata grazie a quel logos cortese, fermo e caldo che tu sai infondere alle parole che usi, come (tanto per fare un esempio) queste che ho letto qualche giorno fa: <<Dio, con la sua verità, si oppone alla molteplice menzogna dell'uomo, al suo egoismo e alla sua superbia. Dio è amore. Ma l'amore può anche essere odiato, laddove esige che si esca da se stessi per andare al di là di se stessi. L'amore non è un romantico senso di benessere. Redenzione non è wellness, un bagno nell'autocompiacimento, bensì una liberazione dall'essere compressi nel proprio io. Questa liberazione ha come costo la sofferenza della Croce>>.
Ripensando alla tua frase, leggendo queste parole, le tue "dimissioni" mi sembravano incomprensibili e mi hanno gettato nello sgomento. Mi sono sentito solo. A che serve difendere la propria fede se poi anche il Papa si tira indietro. Poi a poco a poco l'emotività ha lasciato lo spazio al logos appunto, alla verità, a Cristo, e una grande pace è tornata nel cuore. 
Dovevo andare oltre il codice d'interpretazione soggettivo, emotivo, mondano. Rinunciare rappresenta un fallimento per il mondo, è un gesto di debolezza per il mondo, nel quale si "è" solo se ci si afferma, a ogni costo. La logica della debolezza non è del mondo. Del mondo è la logica del potere e dell'egoismo. Per questo il tuo gesto è un gesto di libertà dall'io e non di fuga da Dio, nel quale ti vuoi rifugiare del tutto per continuare a sostenere la Chiesa più e meglio. Con questo gesto fai trionfare una logica diversa, un logos diverso. Quello di chi sa che la sua preghiera silenziosa vale tanto quanto la sua azione, e lascia quest'ultima a chi può meglio di lui portarla avanti. Doveva suonare allo stesso modo, fastidiosa e inspiegabile, la frase di Cristo ai suoi: <<E' bene che io me ne vada perché venga a voi un altro consolatore>>.
Anche Cristo sembra tirarsi indietro, ma così vince: lascia lo spazio alla potenza dello Spirito, non si lascia legare neanche dalla sua condizione umana, dà tutto, anche quella, si espropria di tutto se stesso, perché come tu hai spiegato nel tuo libro più bello, "essere cristiani" è "essere per". Egli pone nelle mani dei suoi il compito di continuare le sue opere e afferma che ne faranno anche di più grandi delle sue. Ti ringrazio, caro Papa, per tutto il logos che ci hai donato e ci donerai sino al 28 febbraio, da Papa, ma anche per il logos che ci donerai dopo, nel silenzio che il mondo già chiama sconfitta, sotterfugio, fuga, e che è invece vittoria. Non mi sento più solo, perché ancora una volta mi hai aiutato a guardare all'unica cosa che conta, l'unica di cui c'è bisogno, il Logos stesso. Una sola cosa ti chiedo. Non dare le dimissioni dalla scrittura. Continua a nutrire la nostra fede con il tuo logos. Non farlo sarebbe dare le dimissioni da un talento e il Vangelo parla chiaro in merito.


sabato 8 dicembre 2012

IMMACOLATA CONCEZIONE


« Perciò, dopo aver presentato senza interruzione, nell'umiltà e nel digiuno, le Nostre personali preghiere e quelle pubbliche della Chiesa, a Dio Padre per mezzo del suo Figlio, perché si degnasse di dirigere e di confermare la Nostra mente con la virtù dello Spirito Santo; dopo aver implorato l'assistenza dell'intera Corte celeste e dopo aver invocato con gemiti lo Spirito Paraclito; per sua divina ispirazione, ad onore della santa, ed indivisibile Trinità, a decoro e ornamento della Vergine Madre di Dio, ad esaltazione della Fede cattolica e ad incremento della Religione cristiana, con l'autorità di Nostro Signore Gesù Cristo, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo, affermiamo e definiamo rivelata da Dio la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, e ciò deve pertanto essere oggetto di fede certa ed immutabile per tutti i fedeli. »
Pio IX, Ineffabilis Deus, 8 dicembre 1854

lunedì 22 ottobre 2012

Non abbiate paura! Aprite le porte a Cristo!


Pietro è venuto a Roma! Cosa lo ha guidato e condotto a questa Urbe, cuore dell’Impero Romano, se non l’obbedienza all’ispirazione ricevuta dal Signore? Forse questo pescatore di Galilea non avrebbe voluto venire fin qui. Forse avrebbe preferito restare là, sulle rive del lago di Genesareth, con la sua barca, con le sue reti. Ma, guidato dal Signore, obbediente alla sua ispirazione, è giunto qui!

Secondo un’antica tradizione, durante la persecuzione di Nerone, Pietro voleva abbandonare Roma. Ma il Signore è intervenuto: gli è andato incontro. Pietro si rivolse a lui chiedendo: «Quo vadis, Domine?» (Dove vai, Signore?). E il Signore gli rispose subito: «Vado a Roma per essere crocifisso per la seconda volta». Pietro tornò a Roma ed è rimasto qui fino alla sua crocifissione.

Il nostro tempo ci invita, ci spinge, ci obbliga a guardare il Signore e ad immergerci in una umile e devota meditazione del mistero della suprema potestà dello stesso Cristo.

Colui che è nato dalla Vergine Maria, il Figlio del falegname – come si riteneva –, il Figlio del Dio vivente, come ha confessato Pietro, è venuto per fare di tutti noi «un regno di sacerdoti».

Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato il mistero di questa potestà e il fatto che la missione di Cristo – Sacerdote, Profeta-Maestro, Re – continua nella Chiesa. Tutti, tutto il Popolo di Dio è partecipe di questa triplice missione. E forse in passato si deponeva sul capo del Papa il triregno, quella triplice corona, per esprimere, attraverso tale simbolo, che tutto l’ordine gerarchico della Chiesa di Cristo, tutta la sua «sacra potestà» in essa esercitata non è altro che il servizio, servizio che ha per scopo una sola cosa: che tutto il Popolo di Dio sia partecipe di questa triplice missione di Cristo e rimanga sempre sotto la potestà del Signore, la quale trae le sue origini non dalle potenze di questo mondo, ma dal Padre celeste e dal mistero della Croce e della Risurrezione.

La potestà assoluta e pure dolce e soave del Signore risponde a tutto il profondo dell’uomo, alle sue più elevate aspirazioni di intelletto, di volontà, di cuore. Essa non parla con un linguaggio di forza, ma si esprime nella carità e nella verità.

Il nuovo Successore di Pietro nella Sede di Roma eleva oggi una fervente, umile, fiduciosa preghiera: «O Cristo! Fa’ che io possa diventare ed essere servitore della tua unica potestà! Servitore della tua dolce potestà! Servitore della tua potestà che non conosce il tramonto! Fa’ che io possa essere un servo! Anzi, servo dei tuoi servi».

Fratelli e Sorelle! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà!

Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità intera!

Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa «cosa è dentro l’uomo». Solo lui lo sa!

Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna.
 
 

Dall’Omelia per l’inizio del pontificato del beato Giovanni Paolo II, 22 ottobre 1978.

martedì 9 ottobre 2012

LA "SVOLTA" DI GIOVANNI LINDO FERRETTI

L'ultimissima video intervista a Giovanni Lindo Ferretti. QUI il video su youtube. Prendetevi 28 minuti di tempo, ché ne vale la pena.
Prima puntata del programma "La svolta" andata in onda 
domenica 7 ottobre su TV2000.

venerdì 7 settembre 2012

"IO NON SONO MARTINIANO, SONO CATTOLICO. COSA POSSIAMO FARE PER L’ANIMA DI CARLO MARIA MARTINI."


(arrabbiato -ma finalmente- fuori dal coro articolo di Antonio Socci dopo la morte del cardinal Martini)

Vedendo il mare di sperticati elogi ed esaltazioni sbracate del cardinale Martini sui giornali di ieri, mi è venuto in mente il discorso della Montagna dove Gesù ammonì i suoi così:  Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi” (Luca 6, 24-26).  
I veri discepoli di Gesù infatti sono segno di contraddizione: “Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo (…) il mondo vi odia. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 16, 18-20).
Poi Gesù indicò ai suoi discepoli questa beatitudine: “Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli” (Luca 6,20-23).
Una cosa è certa, Martini è sempre stato portato in trionfo sui mass media di tutto il mondo, da decenni, e incensato specialmente su quelli più anticattolici e più ostili a Gesù Cristo e alla sua Chiesa.
Che vorrà dire? Obiettate che non dipendeva dalla sua volontà? Ma i fatti dicono che Martini ha sempre cercato l’applauso del mondo, ha sempre carezzato il Potere (quello della mentalità dominante) per il verso del pelo, quello delle mode ideologiche dei giornali laicisti, ottenendo applausi ed encomi.
E’ stato un ospite assiduo e onorato dei salotti mediatici fino ai suoi ultimi giorni.
O vi risulta che abbia rifiutato l’esaltazione strumentale dei media che per anni lo hanno acclamato come l’Antipapa, come il contraltare di Giovanni Paolo II e poi di Benedetto XVI?
A me non risulta. Eppure avrebbe potuto farlo con parole ferme e chiare come fece don Lorenzo Milani quando la stampa progressista e la sinistra intellettuale e politica diceva: “è dei nostri”.
Lui rispondeva  indignato: “Ma che dei vostri! Io sono un prete e basta!”. Quando cercavano di usarlo contro la Chiesa, lui ribatteva a brutto muso: “in che cosa la penso come voi? Ma in che cosa?”, “questa Chiesa è quella che possiede i sacramenti. L’assoluzione dei peccati non me la dà mica L’Espresso. E la comunione e la Messa me la danno loro? Devono rendersi conto che loro non sono nella condizione di poter giudicare e criticare queste cose. Non sono qualificati per dare giudizi”.
E ancora: “Io ci ho messo 22 anni per uscire dalla classe sociale che scrive e legge L’Espresso e Il Mondo. Devono snobbarmi, dire che sono ingenuo e demagogo, non onorarmi come uno di loro. Perché di loro non sono”, “l’unica cosa che importa è Dio, l’unico compito dell’uomo è stare ad adorare Dio, tutto il resto è sudiciume”.
Queste meravigliose parole di don Milani, avremmo voluto ascoltare dal cardinale, ma non le abbiamo mai sentite. Mai. Invece ne abbiamo sentite altre che hanno sconcertato e confuso noi semplici cattolici. Parole in cui egli faceva il controcanto puntuale all’insegnamento dei Papi e della Chiesa.
Tanto che ieri “Repubblica” si è potuta permettere di osannarlo così: “non aveva mai condannato l’eutanasia”, “dal dialogo con l’Islam al sì al preservativo”.
Tutto quello che le mode ideologiche imponevano trovava Martini dialogante e possibilista: “non è male che due persone, anche omosessuali, abbiano una stabilità e che lo Stato li favorisca”, aveva detto.
E’ del tutto legittimo – per chiunque – professare queste idee. Ma per un cardinale di Santa Romana Chiesa? Non c’è una contraddizione clamorosa? Cosa imporrebbe la lealtà?
Quando un cardinale afferma: “sarai felice di essere cattolico, e altrettanto felice che l’altro sia evangelico o musulmano” non proclama l’equivalenza di tutte le religioni?
Chi ricorda qualche vibrante pronunciamento di Martini che contraddiceva le idee “politically correct”? O chi ricorda un’ardente denuncia in difesa dei cristiani perseguitati?
Io non li ricordo. Preferiva chiacchierare con Scalfari e – sottolinea costui – “non ha mai fatto nulla per convertirmi”. Lo credo. Infatti Scalfari era entusiasta di sentirsi così assecondato nelle sue fisime filosofiche.
Nella seconda lettera a Timoteo, san Paolo – ingiungendo al discepolo di predicare la sana dottrina – profetizza: “Verranno giorni, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità, per volgersi alle favole” (Tm 4, 3-4).
Nella sua ultima intervista, critica con la Chiesa, Martini si è chiesto dove sono “uomini che ardono”, persone “che hanno fede come il centurione, entusiaste come Giovanni Battista, che osano il nuovo come Paolo, che sono fedeli come Maria di Magdala?”.
Evidentemente non ne vede fra i suoi adepti, ma nella Chiesa ce ne sono tantissimi. Peccato che lui li abbia tanto combattuti, in qualche caso perfino portandoli davanti al suo Tribunale ecclesiastico. Sì, questa è la tolleranza dei tolleranti.
Martini ha incredibilmente firmato la prefazione a un libro di Vito Mancuso che – scrive “Civiltà cattolica” – arriva “a negare o perlomeno svuotare di significato circa una dozzina di dogmi della Chiesa cattolica”.
Ma il cardinale incurante definì questo libro una “penetrazione coraggiosa” e si augurò che venisse “letto e meditato da tante persone” (del resto Mancuso definisce Martini “il mio padre spirituale”).
Dunque demolire i dogmi della fede non faceva insorgere Martini. Ma quando due giornalisti – in difesa della Chiesa – hanno criticato certi intellettuali cattoprogressisti, sono stati da Martini convocati davanti alla sua Inquisizione milanese e richiesti di abiura.
Che paradosso. L’unico caso, dopo il Concilio, di deferimento di laici cattolici all’Inquisizione per semplici tesi storiografiche porta la firma del cardinale progressista. “Il cardinale del dialogo”, come lo hanno chiamato Corriere e Repubblica.
I giornali sono ammirati per le sue massime. Devo confessare che io le trovo terribilmente banali . Per esempio: “emerge il bisogno di lotta e impegno, senza lasciarci prendere dal disfattismo”.
Sembra Napolitano. Grazie al cielo nella Chiesa ci sono tanti veri maestri di spiritualità e amore a Cristo. L’altro ritornello dei media è sull’erudizione biblica di Martini. Senz’altro vera.
Ma a volte il buon Dio mostra un certo umorismo. E proprio venerdì, il giorno del trapasso di Martini, la liturgia proponeva una Parola di Dio che sembra la demolizione dell’erudizione e della “Cattedra dei non credenti” voluta da Martini, dove pontificavano Cacciari e altri geni simili.
Scriveva dunque san Paolo che Cristo lo aveva mandato “ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo. La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio.
Sta scritto infatti: ‘Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti’. Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dov’è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo? Poiché… è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione… Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1Cor 1, 17-25).
E il Vangelo era quello delle dieci vergini, dove Gesù – ribaltando i criteri mondani – proclama “sagge” quelle che hanno conservato la fede fino alla fine e “stolte” quelle che l’hanno perduta.
Spero che il cardinale abbia conservato la fede fino alla fine. Le esaltazioni di Scalfari, Dario Fo, “Il Manifesto”, Cacciari gli sono inutili davanti al Giudice dell’universo (se non saranno aggravanti).
Io, come insegna la Chiesa, farò dire delle messe e prenderò l’indulgenza perché il Signore abbia misericordia di lui. E’ la sola pietà di cui tutti noi peccatori abbiamo veramente bisogno. E’ il vero amore. Tutto il resto è vanità.

Antonio Socci
Da “Libero”, 2 settembre 2012