giovedì 14 marzo 2013

francesco d'assisi & vecchi luoghi comuni



 Vittorio Messori, Pensare la storia. Una lettura cattolica dell'avventura umana, Edizioni Paoline, 1992, pp 164-167

PAPA FRANCESCO

« Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. Ed io ti dico: Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del Regno dei Cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli. » 
(Matteo 16, 17-19)

giovedì 7 marzo 2013

"SONO CRISTIANO, DUNQUE MATERIALISTA"


                        Il cristianesimo, bisogna farsene una ragione, ha a che fare con questo mondo. L’accusa alla Chiesa di occuparsi dei fatti del mondo è assurda, diceva il cardinale Newman, proprio perché la ragion d’essere della Chiesa è di «impicciarsi del mondo».




Non vorrei sorprendere Rina Gagliardi, che ieri da queste colonne criticava la Chiesa cattolica accusandola «di essere in preda a una sorta di “metafisica” di tipo materialistico», ma se uno mi accusa di essere cristiano non posso prendermela a male.

E mi spiego, anche se potrà sembrare un paradosso.

Non è la prima volta che si taccia la Chiesa di eccessivo “materialismo”, la si vorrebbe più “spirituale”. Ma l'alternativa è fasulla. Proprio perché crede nell’esistenza dello spirito, dell’anima, di qualcosa non afferrabile dai nostri sensi - di cui ritiene però ragionevole, anzi necessario, affermare l'esistenza per rendere conto in modo esauriente della realtà - proprio per questo il cristianesimo è sempre stato (e sempre sarà se vorrà conservare il suo nome) profondamente materialista. Noi cristiani conosciamo lo spirito in virtù del fatto che vediamo la materia, non siamo dualistici e meno che mai manichei. L’uno senza l’altra (spirito e materia) nella specie umana non sussistono. E non siamo neanche gnostici: il mondo, la materia, il corpo non sono frutto di una caduta. Anzi, il corpo è il “tempio dello spirito”, non ci viene naturale disprezzarlo. Siamo intrinsecamente portati a valorizzarlo. Senza idolatrarlo. Anche perché gli idoli “hanno occhi e non vedono; hanno orecchie e non sentono, hanno piedi e non camminano; hanno mani e non palpano”, sono cioè, a dispetto del loro aspetto, molto poco materialisti.

Dirò di più, la vera novità del cristianesimo non è lo spirito, ma la carne. Non è l’eternità, ma la storia, non la spiritualizzazione dell'uomo ma l'incarnazione, l’ingresso di Dio nel tempo e nello spazio con un corpo umano. Da qui deriva la valorizzazione del corpo, l’attenzione al corpo, la cura del corpo, anche di quello imperfetto, contro l’idealizzazione del corpo dalla forma perfetta che portava – essendo in ultima istanza un’idea spirituale – a scartare chi alla nascita presentava gravi malformazioni o a esiliare fuori dalle mura della città, e quindi del consesso civile, i lebbrosi. C'è una solennità nella Chiesa, l'assunzione di Maria in cielo (15 agosto), che significa esattamente questo.

È da questo amore per il corpo, che è sempre singolo, concreto, personale - san Francesco d’Assisi non ha amato l’umanità, ha amato le singole persone che incontrava - che sono nati gli ospedali e l’idea di cura anche per gli “incurabili”. Questa l’origine del nome di certi reparti ospedalieri, come si viene a sapere dalla storia di san Camillo de Lellis. Così è progredita la medicina. Vale la pena curare un corpo putrescente proprio perché la persona non è solo «tutto ciò che si configura come ammasso di cellule, di potenzialità biologiche future o passate, di materia organica» (Gagliardi), ma perché quell'“ammasso di cellule” è una persona.

Non voglio qui ripetere tutta la discussione sulla disponibilità della vita, sulla vita cosciente, sulla sua dignità… che si è sviluppata intorno alla persona di Eluana, ma solo tentare di spiegare il paradosso del “materialismo” della Chiesa, che va di pari passo con quello della sua “mondanità”.

Il cristianesimo, bisogna farsene una ragione, ha a che fare con questo mondo. L’accusa alla Chiesa di occuparsi dei fatti del mondo è assurda, diceva il cardinale Newman, proprio perché la ragion d’essere della Chiesa è di «impicciarsi del mondo». C’è un passo del Vangelo che parla del premio: «La vita eterna e il centuplo quaggiù», le due cose - come l’anima e il corpo - non sono separabili e non vedo quale persona psichicamente normale potrebbe trovare interessante una così esigente proposta di vita come il cristianesimo se della vita eterna (sulla quale possiamo solo fare congetture) non fosse dato qualche anticipo sotto forma di soddisfazione intellettuale e affettiva (cioè integralmente umana) già su questa terra, se cioè il cristianesimo non avesse qualcosa da dire sulla concretezza quotidiana dell’esistenza (il che non c'entra nulla col potere temporale della Chiesa che, per fortuna, è finito). Di spiritualismo e di superstizione è già abbastanza pieno il mondo moderno perché ci si aggiunga il nostro.

                             P.S. Due nota bene sugli esempi portati da Rina Gagliardi. Il primo su quando parla dell’aborto in termini di «alternativa tra la vita della madre e quella del nascituro (scelta drammatica che, almeno in occidente, per fortuna non si pone quasi più)». Cosa vuol dire che non è più una scelta? Che uno dei due soggetti in gioco non è passibile di preferenza? Secondo. «La Chiesa ammette il ricorso ai portati più sofisticati del progresso tecnico-scientifico, come nel caso di Eluana, li vieta quando si tratta di vincere la battaglia della sterilità». Ora, nel caso di Eluana, la sofistificazione tecnico-scientifica aveva l’aspetto di un sondino alimentatore. Quanto alla sterilità, chiamiamo le cose con il loro nome: le tecniche di fecondazione artificiale non sono una “cura” della sterilità, ma un’alternativa alla sterilità. Chi ricorra alla fecondazione eterologa non guarisce dall’infertilità, resta sterile, ma si è ugualmente procurato un figlio. Così come la selezione pre-impianto o l’aborto terapeutico non mettono in essere nessuna terapia; scelgono, cioè scartano: corpi e anime.

Ah, dimenticavo, la promessa finale è quella della resurrezione dei corpi.

Ubaldo Casotto, da Il Riformista, 2009

venerdì 1 marzo 2013

Come fai tu a vincere la repulsione?

<<Come fai tu a vincere la repulsione?>>. 
Egli mi rispondeva: <<In sostanza non dimenticare mai che se anche la casa è sordida tu ti avvicini a Cristo. Ricordati bene quello che ha detto il Signore: il bene che si fa ai poveri è bene fatto a me stesso>>.



Nella mia limitata vita di ogni giorno, mai ebbi modo di ricevere un'impressione tanto profonda come quella che mi viene dalla forte personalità di questo giovane.
Penso che nell'ora presente è gran cosa un modello di virtù, quale Pier Giorgio ci offre di sé. Egli passa nel silenzio e nel segreto, senza plauso, e al povero dona un pane e il suo cuore, all'orfano la carezza affettuosa, al vecchio il suo sorriso luminoso, all'infermo il balsamo della sua assistenza amorosa. Vi è dell'eroismo nell'apostolato di lui: quasi esce dalla famiglia dove potrebbe trovare tutti gli agi, la soddisfazione di tutti i piaceri, ed è alla dura scuola del nostro mondo che si forgia un'anima forte, che ha costanza, energia, coraggio, sacrificio; tutto quello insomma che è bello, degno, glorioso.
Dimentica le possibilità brillanti che l'alto censo gli permetterebbe e non teme di portare il suo singolare, evangelico spirito di rinuncia, di distacco, di povertà in una vita che, come l'uomo l'ha fatta, rassomiglia molto più a un festino selvaggio dove commensali ineducati si tolgono a vicenda le vivande invece di offrirsele.
Davanti alla sua opera generosa, alla sua calda e purissima fede, alla sua modestia e giovialità inalterabili c'è da restar commossi. Ed io, stasera, a contatto del suo ardente e comunicativo zelo per le opere cristiane, ho provato un'intima commozione.
(Angiolo Gambaro, pedagogo, storico e presbitero di Torino)

Testo: PierGiorgio Frassati - I giorni della sua vita, Luciana Frassati, Edizioni Studium-Roma, 1975

giovedì 28 febbraio 2013

Nessuno si ama veramente: Elena Bono

Nessuno si ama veramente, […] 
Di qui nasce il deserto 
dentro e fuori di voi. 
Ma tu imita Iddio
nella misericordia
che è la suprema Perfezione.
Va’ e perdona te stesso, -
sorrise a lui l’Illuminato

Elena Bono, "Il magrissimo asceta fece un interminabile cammino", in Poesie. Opera omnia, Le Mani, Genova 2007.

lunedì 18 febbraio 2013

Teresa di Lisieux: Tu n'es rien pour moi, qu'un vaste tombeau

[...] Un jour, o mon Dieu, comme Madeleine,
J'ai voulu te voir, m'approcher de toi.
Mon regard plongeait dans l'immense plaine
Dont je recherchais le Maitre et le Roi.
Et je m'écrais, vojant l'onde pure,
L'azur étoilé, la fleur et l'oiseau:
"Si je ne vois Dieu, brillante nature,
"Tu n'es rien pour moi, qu'un vaste tombeau.


[...] Un giorno, Mio Dio, come Maddalena
volevo vederti e farmi a te vicino;
i miei occhi nell'immensa pianura
dove cercavo il Re, il mio Signore.
E gridai, guardando l'onda pura,
l'azzurro stellato, il fiore e l'uccellino:
se non vedo Dio, brillante natura,
non sei altro che una tomba che smisura.

(Santa Teresa di Gesù Bambino, da "Au Sacré Coeur de Jésus", in "Ouvres Complètes de Thérèse de Lisieux", 1996. Traduzione dal francese: Giorgio Casali)

giovedì 14 febbraio 2013

La sofferenza della Croce


Dio è amore. Ma l’amore può anche essere odiato, laddove esige che si esca da se stessi per andare al di là di se stessi. L’amore non è un romantico senso di benessere. Redenzione non è wellness, un bagno nell’autocompiacimento, bensì una liberazione dall’essere compressi nel proprio io. Questa liberazione ha come costo la sofferenza della Croce. La profezia sulla luce e la parola circa la Croce vanno insieme.

da "L'infanzia di Gesù", Benedetto XVI, pag. 101

mercoledì 13 febbraio 2013

Ash Wednesday




T.S. Eliot

CARO PAPA

La logica del mondo, la logica di Dio
(articolo di Alessandro D'Avenia, tratto dall'Editoriale di Avvenire, n.37 del 13 Febbraio 2013)

Caro Papa,
manca un accento all'ultima lettera di questo tuo nome, Papa, e verrebbe fuori un'altra parola. La parola che ogni figlio pronuncia migliaia di volte nella vita e che un figlio di Dio ha la fortuna di pronunciare molte più volte perché, alla fine, la vita cristiana è imparare a dire abbà, papà, a Dio.
Alla notizia della tua rinuncia ho avuto paura. Ho provato lo stesso dolore per la morte di Giovanni Paolo II: allora avevo 28 anni e mi sentii orfano, piansi come chi ha perso un padre.
Lunedì mi è successo lo stesso. Mi sono sentito orfano. Tu avevi deciso di non essere più Papa. Un altro padre mi veniva meno. E' il dolore di un figlio che ha ricevuto moltissimo. Ho seguito il tuo pontificato sin dal momento in cui ti sei affacciato per la prima volta dal balcone (abitavo a Roma allora). Ho letto i tuoi scritti, mi sono nutrito delle tue parole sempre profonde e stranamente semplici per un professore di teologia, perché fondate sul rapporto vero con Dio (quanto gelo nelle parole di alcuni pastori che capita di ascoltare...).
In questi anni in cui la fede è spesso messa alla prova, dileggiata, fraintesa, tu hai fatto da parafulmine a molte critiche. Le hai prese tutte su di te. Non te ne importava niente di essere colpito. Sono beati quelli che vengono colpiti a causa di Cristo e chissà quanta della sporcizia che c'è nella Chiesa è stata gettata su di te per il fatto di essere quel padre di famiglia che è il Papa. Tu hai sempre dimostrato e chissà con quanto dolore, dal discorso di Ratisbona a quello sul matrimonio, che l'unico consenso che t'interessa è quello di tuo Padre Dio, cioè della verità, del logos. Per questo ho avuto paura quando hai annunciato la tua rinuncia. Sul momento mi è sembrato un tirarsi indietro. Se ti tiri indietro anche tu, che sei il Papa, che fine facciamo noi? Ho ripensato a una tua frase che mi porto nel cuore: <<Fedeltà è il nome che ha l'amore nel tempo>>. Me la ricordo tutte le volte che il mio e l'altrui amore è messo alla prova e devo aggrapparmi con tutte le forze all'Amore che muove tutti gli altri amori, oltre che il sole e le altre stelle. In questi anni la mia fede si è rafforzata grazie a quel logos cortese, fermo e caldo che tu sai infondere alle parole che usi, come (tanto per fare un esempio) queste che ho letto qualche giorno fa: <<Dio, con la sua verità, si oppone alla molteplice menzogna dell'uomo, al suo egoismo e alla sua superbia. Dio è amore. Ma l'amore può anche essere odiato, laddove esige che si esca da se stessi per andare al di là di se stessi. L'amore non è un romantico senso di benessere. Redenzione non è wellness, un bagno nell'autocompiacimento, bensì una liberazione dall'essere compressi nel proprio io. Questa liberazione ha come costo la sofferenza della Croce>>.
Ripensando alla tua frase, leggendo queste parole, le tue "dimissioni" mi sembravano incomprensibili e mi hanno gettato nello sgomento. Mi sono sentito solo. A che serve difendere la propria fede se poi anche il Papa si tira indietro. Poi a poco a poco l'emotività ha lasciato lo spazio al logos appunto, alla verità, a Cristo, e una grande pace è tornata nel cuore. 
Dovevo andare oltre il codice d'interpretazione soggettivo, emotivo, mondano. Rinunciare rappresenta un fallimento per il mondo, è un gesto di debolezza per il mondo, nel quale si "è" solo se ci si afferma, a ogni costo. La logica della debolezza non è del mondo. Del mondo è la logica del potere e dell'egoismo. Per questo il tuo gesto è un gesto di libertà dall'io e non di fuga da Dio, nel quale ti vuoi rifugiare del tutto per continuare a sostenere la Chiesa più e meglio. Con questo gesto fai trionfare una logica diversa, un logos diverso. Quello di chi sa che la sua preghiera silenziosa vale tanto quanto la sua azione, e lascia quest'ultima a chi può meglio di lui portarla avanti. Doveva suonare allo stesso modo, fastidiosa e inspiegabile, la frase di Cristo ai suoi: <<E' bene che io me ne vada perché venga a voi un altro consolatore>>.
Anche Cristo sembra tirarsi indietro, ma così vince: lascia lo spazio alla potenza dello Spirito, non si lascia legare neanche dalla sua condizione umana, dà tutto, anche quella, si espropria di tutto se stesso, perché come tu hai spiegato nel tuo libro più bello, "essere cristiani" è "essere per". Egli pone nelle mani dei suoi il compito di continuare le sue opere e afferma che ne faranno anche di più grandi delle sue. Ti ringrazio, caro Papa, per tutto il logos che ci hai donato e ci donerai sino al 28 febbraio, da Papa, ma anche per il logos che ci donerai dopo, nel silenzio che il mondo già chiama sconfitta, sotterfugio, fuga, e che è invece vittoria. Non mi sento più solo, perché ancora una volta mi hai aiutato a guardare all'unica cosa che conta, l'unica di cui c'è bisogno, il Logos stesso. Una sola cosa ti chiedo. Non dare le dimissioni dalla scrittura. Continua a nutrire la nostra fede con il tuo logos. Non farlo sarebbe dare le dimissioni da un talento e il Vangelo parla chiaro in merito.


martedì 5 febbraio 2013

dino Buzzati.

[...] Lo capisco e sarebbe anche bello. Tu sei paziente, tu mi aspetti ai bivi solitari per insegnarmi la strada, tu sei veramente discreto, tu fai perfino mostra di fuggirmi, con diplomazia tutta orientale, e non osi neppure rivelare il tuo volto. Tu vuoi soltanto farmi capire - mi sembra - che il tuo monarca mi aspetta in mezzo al deserto, nel palazzo bianco e meraviglioso, vigilato da leoni, dove cantano fontane incantate. Sarebbe bello, lo so, lo vorrei proprio. Ma la mia anima è deprecabilmente timida, invano la redarguisco, le sue ali tremano, i suoi dentini diafani battono appena la si conduce verso la soglia delle grandi avventure. Così sono fatto, purtroppo, e ho davvero paura che il tuo re sprechi il suo tempo ad aspettarmi nel palazzo bianco in mezzo al deserto, dove probabilmente sarei felice.
Dino Buzzati, estratto da "Ombra del sud", in "Sessanta racconti", Mondadori, 1958.